Delude le aspettative il tanto decantato ritorno a buoni livelli di orrore di Jaume Balaguerò. I pregi stilistici e tecnici non bastano a compensare i vuoti di una sceneggiatura superficiale

Prima dell’avvento del disco versatile digitale erano in pochi a cimentarsi nella ricerca dei film che restavano invisibili sul suolo italico, e i più anelati, quelli per i quali si era disposti a sborsare cifre da capogiro pur di averne una copia più volte malamente masterizzata, tanto da renderla praticamente indecifrabile, erano quelli che promettevano - a suon di efferatezze e violenze più o meno gratuite - di rappresentare l’ultima frontiera in fatto di sopportabilità, in grado di spostare più in là il limite del visibile e del mostrabile.
Non erano rare le volte in cui ci si rendeva conto che si era rincorsa una chimera e a malapena si raggiungeva la fine della visione tanto desiderata, che finiva col rivelarsi tanto tediosa quanto pretenziosa. Eppure qualche volta si aveva la fortuna di imbattersi in opere sconvolgenti, meritevoli di tanta speme. I Novanta riservarono la sorpresa di un cinema iberico ansioso di una riscossa immaginifica, fino ad allora mortificata dalla censura franchista, ora libero di dar sfogo a umori malsani e irreprimibili pulsioni. Si ebbero così quel monstrum di Aftermath di Nacho Cerdá, risposta spagnola alla poetica necrofila di Jorg Buttgereit, un cantore irrequieto e ammaliante come Agustí Villaronga, capace di perle insostenibili come
In a Glass Cage, e poi fenomeni più o meno promettenti come Álex De La Iglesis, Alejandro Amenabar e l’ex critico cinematografico Jaume Balaguerò. Quest’ultimo rappresenterà, a suo modo, la chiave di volta del nascente cinema post-caudillo, capace dopo una serie di corti brumosi quali Alicia e Días sin luz di raggiungere il successo planetario con
Nameless. Entità nascosta, il suo esordio nel lungometraggio tratto dal romanzo di Ramsey Campbell che viene rivisto in funzione della vena macabra del giovane regista.
I premi di cui fa incetta Balaguerò e la visibilità arrisa alla pellicola fanno da apripista all’esportazione dell’horror made in Spain, e segna la fortuna della Fantastic Factory, una branca della Filmax, voluta dall’intrepido produttore Julio Fernández e dal regista Brian Yuzna (che però ha smesso di farvi parte). La coraggiosa casa di produzione e distribuzione si convince della commerciabilità del genere e, mantenendosi sempre fedele all’idea di un investimento a budget limitato, si lancia in una serie di progetti dal sempre ragguardevole esito al botteghino ma dai risultati artistici alquanto discutibili.
A essere investito della responsabilità di mantenere alto il vessillo della Fantastic Factory ovvio che sia Balaguerò il quale con il suo secondo film,
Darkness, di fatto bissa il successo ottenuto con la sua opera prima, ma dal punto di vista della maturità autoriale segna una prima battuta d’arresto come regista, realizzando un mero calco di soluzioni stilistiche e atmosferiche già adottate in precedenza. È poi la volta di
Fragile, ed è la caduta libera per Balaguerò, troppo presto arenatosi nelle maglie di uno sterile e stantio formalismo.
L’occasione per la risalita di Jaume, che sembra ancora poter contribuire alla riformulazione del genere più in auge di questo primo scorcio di Terzo Millennio, non tarda a presentarsi e, all’uscita di
[Rec], arriva dai festival specializzati l’entusiasmo per un film che promette una visione al cardiopalma. Ma la tanto ventilata terrificità della pellicola è da ridimensionare, in quanto i momenti imprescindibili son pochi e vanno ricercati sotto la pula di una drammaturgia a tratti soporifera e pretestuosa, che solo sporadicamente lascia il posto a esplosioni di violenza selvaggia.
Le vicende che Balaguerò e Plaza narrano in [Rec] sembrano parafrasare l’attuale condizione dell’enfant terribile. Dietro la risicatissima troupe televisiva, in cerca di un servizio sconvolgente che possa riportare vitalità a un programma che si intuisce essere alla canna del gas, decidendo di lanciarsi in una sorta di reality show che registri le gesta notturne di un distretto di pompieri che si ritrovano, loro malgrado, ad affrontare un’orda di condomini resi feroci e famelici da cause ignote, con conseguente perdita del controllo della situazione e della vita, sembra infatti adombrarsi la mancata capacità di conferire corpo, solidità e spessore alle idee.
Un film riuscito a metà e che lascia interdetti quanti attendevano il riscatto di Balaguerò, che invece non fa scorgere nulla di nuovo all’orizzonte e capitola su caratteri stereotipati, sui dialoghi insensati resi ancor più terribili da un doppiaggio da raccapriccio e situazioni che, pur garantendo lo spavento perché di fatto ben congegnate e fotografate, hanno il sapore del déjà vu. Eppure bisogna dare adito ai due autori del film di avere optato per il supporto digitale, inserendosi così in un discorso linguistico che sembra negli ultimi anni farsi finalmente paradigmatico. Seppur lontano dalla resa incubica che l’uso del formato HD di Michael Mann sa inoculare a ogni inquadratura, Balaguerò e Plaza sfoderano un sagace utilizzo delle macchine leggere che permette loro di sfruttare al massimo l’unità di luogo in cui decidono di orchestrare le vicende, nascondendo in ogni anfratto insidiosi perigli. Salvo poi dover rimediare a una sceneggiatura ricca d’incongruenze e superficialmente strutturata, ricorrendo agli scontati escamotages offerti dalle videocamere per garantire almeno il tanto agognato sussulto, a volte rasentando il plagio come nell’ultimissima sequenza del film, così simile ad alcuni video di Chris Cunningam.
Infine [Rec], insieme a
Cloverfield e all’imminente
Diary of the Dead di George A. Romero (la vera punta di diamante di questo ipotetico trittico saggistico sulle modalità e le implicazioni identitarie del mezzo digitale) risulta essere l’anello di congiunzione tra il macchinico sguardo del film prodotto da J.J. Abrams e quello ferale del regista di Pittsburg; come dire trapianto, consunzione e morte del nuovo occhio.
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