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  • Buffy: the teen pop apocalypse
di Adriano Aiello


Una serie che, dietro l'apparente demenzialità della prima stagione, cela racchiusa tutta una serie di temi e modalità narrative che hanno rivoluzionato la serialità

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Piaccia o no Buffy e la sua improbabile Scooby gang hanno cambiato definitivamente il mondo delle serie tv e rivoluzionato l’intrattenimento adolescenziale. Tra tutti i rilievi sollevati e sollevabili sulla serie creata da Joss Whedon questo è davvero quello meno opinabile. Sempre a patto di confrontarsi con la totalità delle stagioni, perché una visione frammentaria e casuale rende praticamente impossibile comprendere la portata della serie nata nel 1997 dalle ceneri di un film di rara bruttezza, scritto da Whedon stesso costretto a subire sulla sua pelle lo shock del fraintendimento del suo script e la durezza del mondo del cinema. Un tradimento che lo ha spinto a dirigersi al piccolo schermo, adattando la sua creatura al mondo della serializzazione televisiva, prima di quel profondo salto qualitativo che ci ha traghettato ai nostri giorni grazie a serie come I Soprano, Sex and the City, 24, Alias, Six Feet Under e Oz.
Buffy ha quindi segnato un punto di svolta determinante nella narrazione seriale, che oggi rischiamo di non riuscire a cogliere, travolti come siamo dalla piacevole abbondanza di show del livello di Lost, Dexter, The Shield, Heroes (il più assimilabile a Buffy per la sofferenza profondamente comics dei predestinati) o degli ultimissimi Damages, Californication e Mad Men. Per non citare Veronica Mars, che sostanzialmente non sarebbe mai esistito senza Buffy.

È necessario allora ricordare che al tempo della messa in onda di Buffy l'ammazzavampiri gli show per teenager erano Beverly Hills prima, Dawson’s Creek subito dopo e The O.C. a seguire, mentre Buffy, con il vortice di rimandi linguistici (che renderebbero obbligatoria la visione in lingua originale), metacinematografici e culturali e le sue escursioni avventurose su terreni delicati come il lesbismo, la religione e la famiglia, si dimostra serie enormemente più coraggiosa.
Un’eruzione incontrollabile la governa e la trasforma progressivamente da bizzarra serie horror-comedy - abile a centrifugare i generi in una struttura a episodi autoconclusivi, ma sostanzialmente scialba e tremendamente cheap - a melodramma pop di rara cupezza, che si fa gioco e beffa delle regole del genere. Perfino di tenere in mano un solido filo conduttore. Ecco infatti che Buffy entra nella sua maturità con la terza stagione, affrontando con spavalderia la situazione più temuta dalla serializzazione teen, ovvero il diploma. Se il rito di passaggio più consolidato verso l’entrata nel mondo adulto ha decretato la perdita di appeal verso i personaggi di gran parte delle serie adolescenziali, Buffy si fa tesi delle elaborate capacità di fruizione ed erudizione audio-visiva del nuovo pubblico e inizia la sua corsa inarrestabile. Una possibilità premessa nella scelta di un format dalla flessibilità così evidente, ma che si fa programmatica tanto da permettere a Whedon di lavorare su molteplici piani di lettura e inserire divagazioni colte nel musical, nell’universo fiabesco e addirittura un episodio in gran parte muto. Tutti capitoli a firma del suo creatore Whedon, a conferma dell’intenzione di fornire il peso autoriale allo show attraverso le sue sporadiche ma significative regie, che rappresentano anche le vette dark della serie e si dimostrano fortemente estranee alla tradizione dell’universo teen che riconosce usualmente il melodramma solo per il suo valore pedagogico-formativo, mai invece come visione della vita o come raffinato strumento grammaticale di elaborazione del lutto. Come in The Body – l’episodio indubbiamente più bello di tutta la serie, con quel lunghissimo, indimenticabile piano sequenza di apertura - in cui la regia di Whedon ci racconta la perdita più insopportabile della sua eroina con un rigore che spaventa e una partecipazione che commuove.

Una perdita necessaria e che apre la riflessione all’ultimo tema determinante di Buffy, quello della famiglia alternativa, vera ossessione tematica per il Whedon autore e probabilmente uomo. La famiglia in Buffy - e successivamente nello spin-off Angel – è il risultato di una tensione al volontarismo, all’accettazione reciproca, all’affetto e all’amicizia e non il risultato dei legami biologici. Anche a costo di fare tabula rasa del manicheismo che anima la narrazione fantasy e di innamorarsi di un vampiro, se non di due. Solo quest’unione può permettere di operare scelte radicali, nella battaglia infinita e metaforica con il male. Giles, l’ideale padre vicario, Willow la sorella matura e coscienziosa, Xander l’amico pronto a dare un occhio per la causa, sono la vera famiglia di Buffy. E poi, nel tempo, Cordelia, Oz, Anya, Tara, fino alla presenza improvvisa e spiazzante di Dawn, sorella imposta da uno scherzo alla memoria collettiva. Ma sempre sorella perché dentro il patto di sangue implicito. Il rifugio che non nega l’accesso a nessuno, che siano umani o demoni, se non vampiri spietati e fascinosi, come Spike, la figura più intrigante, contagiosa e riuscita dell’universo di Buffy. La cui catarsi definitiva segna la conclusione dell’universo whedoniano, con l’uscita di scena più struggente che una serie ricordi. Almeno fino a Six Feet Under. “Non è vero, non mi ami, ma grazie di averlo detto”. Sipario.

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