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17 maggio 2012  



  • Suoni - Soundtrack - Soundtrack
  • Eddie Vedder - Into the Wild
di Federico Pedroni


Eddie Vedder dipinge con i suoni, asciutti come pennellate essenziali, il ritratto del giovane vagabondo Chris McCandless. Un ascolto essenziale per metabolizzare le immagini

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Per chi ha visto lo sconvolgente, magnifico, ultimo film di Sean Penn Into the Wild, l’ascolto ripetuto di questo disco è una necessità per ragionare, digerire, metabolizzare la forza prorompente delle immagini cinematografiche. Per chi – ahilui – quel film lo ha perso, la colonna sonora di Eddie Vedder rappresenta un potenziale punto di partenza, indipendente ma intimamente legato, per scivolare in un mondo fatto di Natura (sì, con la enne maiuscola) e dolore, di testardaggine e libertà.
Un piccolo passo indietro: dopo anni di ricerca dei finanziamenti per questo film rigoroso e difficile, Sean Penn riesce a realizzare il progetto Into the Wild. La storia è tratta dal libro di Jon Kracauer Nelle terre estreme (edito in Italia da Corbaccio, non lasciatevi sfuggire neanche quello) che ripercorre la breve vita di Christopher McCandless, brillante studente che, dopo il diploma al college, preferisce abbandonare un mondo che non lo rappresenta e sostituisce il previsto successo universitario con un viaggio-immersione in un’altra America, quella della natura e delle emozioni, di un’umanità nascosta e della verità. Finirà per morire di stenti in Alaska dopo aver sperimentato su di sé la forza rivoluzionaria dell’isolamento e della rinuncia, opponendo al superfluo materiale la granitica coscienza di sé. A questo punto Penn decide di affidare la colonna sonora del film, fondamentale commento musicale a immagini di libertà, a Eddie Vedder che, lontano dai Pearl Jam, affronta in solitudine l’impresa. Il risultato è strabiliante.
Eddie Vedder sulla spiaggiaIn un pugno di canzoni concise, asciugate, essenziali, Vedder dipinge un ritratto del giovane protagonista complementare a quello del film, che rende alla perfezione il suo spirito ribelle ma delicato, la tenacia delle sue scelte, la fermezza delle sue prese di posizione. Il disco, breve e intenso, è fatto di poche note, di composizioni scarne, di arpeggi precisi. Gli arrangiamenti sono quanto di meno costruito si possa immaginare e la furia rock che spesso accompagna il canto di Vedder nei Pearl Jam qui sembra smussata da una compressa commozione, da una devozione sincera per le storie che racconta. La potente voce di Eddie si insinua dolce tra gli spartiti e solo in un poche occasioni (l’iniziale “Setting Forth”, “Far Behind” o la splendida “Hard Sun”) si fa stentorea, più spesso sussurra quasi cantilenando il flusso di pensieri che il testo rappresenta.
Andamenti folk (e qua e là sembra cogliere degli echi di Neil Young o dello Springsteen di “Nebraska”), ballate malinconiche e piene di rispetto, parole che accompagnano amorevolmente il viaggio di Alexander Supertramp (il supervagabondo, “nome d’arte” di McCandless) con la profondità di un esperto cantastorie più che di un’icona del grunge. Le canzoni infatti (con l’eccezione di “Hard Sun” e di “Society”) sono tutte scritte ed eseguite da Vedder, registrate con una semplicità che amplifica l’effetto di esemplare asciuttezza comune al disco, al film e alla vita stessa del protagonista. E ballate commoventi fino alle lacrime come “No Ceiling” e “Rise” resteranno a lungo nelle nostre orecchie, con la loro semplicità rivoluzionaria, proprio come le immagini che accompagnavano sullo schermo.

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