Ecco come si asfissia il teen-drama, se il connubio tra temi scabrosi e superficialità stringe troppo il cappio

I teenager sono solitamente la fetta di spettatori televisivi più ambita, e i palinsesti cercano di accaparrarsi la loro attenzione con le più svariate formule. Tra queste c'è anche il teen-drama, che dagli anni “gloriosi” di
Beverly Hills 90210 ha fissato i suoi caratteri contenutistici - nel cui calderone si pescano anche gli ammiccamenti da fotoromanzo e i tentativi pseudo-pedagogici dei temi più seri - ed è ormai in auge con le sue molteplici varianti. Ma guardando
The O.C. viene spontaneo chiedersi che fine hanno fatto Brenda e Brandon, se ora al loro posto abbiamo il quartetto di Ryan, Marissa, Seth e Summer.
Il tema dell’outsider che viene catapultato in una realtà totalmente diversa dalla sua è un argomento fritto e rifritto, lo abbiamo visto proposto da innumerevoli serie, ed è il preferito degli autori di tanti polpettoni per adolescenti. The O.C. però va ben oltre questo e, mentre racconta la storia di Ryan Atwood, l’irregolare di periferia che viene “salvato” da un’agiata famiglia di Newport Beach (nella contea californiana di Orange County, quella dei veri ricchi), la trama trova la sua fonte d’ispirazione primaria nella soap opera propriamente detta. L’incedere narrativo cammina spedito tra intrighi, figli illegittimi, ricatti e tradimenti di ogni genere, ponendosi (ahinoi!) al passo coi tempi con i suoi temi scabrosi, ora che l’adolescenza si accorcia sempre più per congiungersi velocemente e drasticamente all’età adulta, ma affrontandoli con un’incolmabile vuotezza di contenuti. Le storie di crisi e "cornificazioni" varie, i temi dell’alcolismo e della tossicodipendenza, e le iniziazioni amorose dei giovani protagonisti soffrono di un comune denominatore che si chiama superficialità.
Il proposito velleitario di grattare la superficie del benessere materiale per scavicchiarne i malesseri e la decadenza si ritorce contro se stesso e con un effetto boomerang non fa altro che esaltare, con la sua leggerezza glamour, l’attenzione per l’esteriorità e la superficie, di cose e persone, che sembra tenti di demolire. I personaggi stessi respirano continue contraddizioni: presentati nelle loro frivolezze o debolezze, assumono poi in un corto circuito inquetante le sembianze di figure positive. È così che Marissa Cooper (personaggio che ha reso Mischa Barton una stellina dello star system mediatico), principessina anoressica e viziata, e con gravi problemi di alcol, è stata immolata a eroina femminile della serie.
E la famiglia Cohen (il rifugio sicuro al quale approda Ryan), delineata come nucleo eterogeneo - Sandy è un avvocato dalle umili origini e i radicati valori, mentre sua moglie Kirsten è la primogenita di una multimiliardaria stirpe di impresari edili - ma unito e controcorrente in quel covo di serpi e tripudio di sfarzo, patisce in primis le pesanti contraddizioni della trama. Questa famiglia perfetta e dai sani principi vive anch’essa di una preoccupante vuotezza sotto la superficie. Lo stesso Seth, fratello adottivo di Ryan, presentatoci come il classico diverso (escluso quindi dalla cerchia dei più “in”), sfortunato con le ragazze ma intelligente e sarcastico, non spicca più degli altri per acume e profondità. Anche la sua storia d’amore con Summer (così come quella, sempre sull’orlo della tragedia, tra Ryan e Marissa) vive di una persistente povertà di contenuto, tanto che il simbolo della loro relazione sono due cavallini di plastica... forse i “personaggi” più intensi del telefilm.
Le poche schermaglie “ironiche” di cui la serie dispone, quelle in cui dovrebbe spiccare Seth (perché agli altri personaggi sono riservati i risvolti più pesantemente drammatici), non donano né spessore né tantomeno freschezza a questo prodotto che, sebbene sia pensato per i più giovani, sa di vecchio e stantio. E nemmeno la messa in scena patinata e glamour, con la sua schiera di volti affascinanti e accattivanti, riesce a salvare dal baratro questo inno alla superficialità.
A questo punto è lecito pensare che se l’obbiettivo di Josh Schwartz (ideatore del telefilm) era semplicemente - e soltanto - quello di intrattenere con leggerezza, forse avrebbe dovuto riflettere un po’ di più sulle implicazioni che comportano i temi affrontati dalla serie.
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