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  • Conversazione con Pesce Khete
di Eleonora e Federica Aliano


Il giovane artista italosvizzero è in mostra a Milano, con la sua personale "You Caught Me In A Bad Mood"

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Montagne di carta. E nastro adesivo di carta. E carta sul pavimento. Verrebbe da pensare a un’ossessione, invece quella del Pesce Khete è una scelta.
Artista italosvizzero, formatosi allo IED di Roma (ma non solo) il Pesce è un pittore che, come scrive Christian Caliandro nel testo introduttivo del catalogo della sua personale milanese, supera tutti i confini dei concetti in cui si tenta di racchiudere le forme d’arte. Egli è a-storico e insieme coesiste con la storia. Oltre il postmoderno, oltre il binomio astratto/figurativo e il naive come concetto estetico, il Pesce vive una sua propria identià, quasi a volersi staccare dall’artista-uomo. Sul suo MySpace, sul sito ufficiale, in una modernità di commistioni e influenze e spunti che sembrano pescati a caso da memorie immaginifiche senza punti di inizio e senza limite alcuno, egli è sempre e comunque il Pesce, non si mostra mai con il suo vero volto, non lascia che si riveli il suo aspetto se non nel movimento che accade al suo corpo mentre disegna o suona.
Eppure è ben lontano dall’essere artista maledetto – e il fatto che sia un ipocondriaco non è da sottovalutare: laddove il “maledettismo” vuole che la vita di un artista sia breve e intensa, all’insegna di emozioni forti, droghe ed esistenze senza radici (quanta letteratura ha fomentato questa immagine collettiva in noi!), lui ha invece un istinto di conservazione fatto di frutta e verdura, un approccio infantile e curioso che tutto osserva e poco commenta ad alta voce.
In mostra a Milano alla galleria The Flat la sua personale You Caugt Me In A Bad Mood. Dopo sarà a New York, poi a Parigi. E nel frattempo la sua urgenza creativa continua senza sosta ad esprimersi nel disegno, nella musica, nella fotografia…


Recentemente hai abbandonato la tela per passare alla carta e il pennello in favore dello stick-oil. Puoi spiegarci tali scelte?
Sì, sono passato definitivamente all carta da circa un anno e mezzo. È stato un passaggio abbastanza travagliato, dovuto principalmente a un sentimento di insoddisfazione: la tela mi dava uno spazio definito, obbligandomi di conseguenza a partire con un'idea piu o meno precisa già dall'inizio. L a carta invece mi ha dato la totale libertà di creare ogni volta nuovi spazi, unendo mano a mano porzioni piu o meno piccole, a seconda dell'esigenza, uno spazio abbastanza grande per contenere l'idea del momento. Carta, scotch e oilstick sono mezzi veloci che non mi rallentano, il flusso.

Qual è lo spazio fisico in cui realizzi le tue opere? Hai anche in mente uno spazio ideale, realizzabile o puramente idealistico?
Mi sento molto bene in spazi piccoli. Una camera, dal sapore di casa. Una casa, dal sapore di camera.

Come mai, fra tutte le forme d’espressione figurative che convivono in questo preciso momento storico, hai scelto proprio la pittura?
È stato un processo molto naturale, semplicemente mi sono ritrovato a disegnare. Di fondo, sento un'esigenza di sporcare, e di lasciare un segno del mio passaggio, come le lumache, senza parole.

In ogni caso, non ti si può definire soltanto un pittore. Tu suoni, fai fotografie, curi personalmente i tuoi allestimenti. Sei abbastanza eclettico…
Sì è vero, infatti non mi sento propriamente un pittore, trovo il disegno una possibile via di sfogo, quella che ho utilizzato di piu fino ad oggi, ma sono molte le possibilità di lasciare tracce. In fin dei conti, organizzo i colori, i suoni e gli spazi allo stesso modo. Quando allestisco uno spazio, ad esempio, mi sento… in un disegno... le forme, i volumi, sempre gli stessi.

Tra gli altri pittori, contemporaneti e non, hai delle influenze, preferenze o punti di riferimento?
La pittura americana e tedesca della seconda metà del Novecento, forse la mia preferita.

Che rapporto hai con gli altri media? In particolare, hai delle influenze letterarie, fumettistiche o cinematografiche?
Le influenze sono infinite! A volte mi spavento quando mi accorgo della provenienza di alcuni elementi: sostanzialmente il mio cervello mette tutto allo stesso livello: film, libri, grafica, mattonelle di un bagno, fiori, architettura... Sicuramente internet mi aiuta in questa sorta di fusione. Sostanzialmente tutto mi influenza, nulla in particolare.

Guardando i tuoi quadri sembra che tu prediliga alcuni colori rispetto ad altri…
All'inizio, per essere piu veloce, utilizzavo quasi esclusivamente le tinte della marca di oilstick, così come escono dal negozio. Di recente ho preso a mischiarli di più, con tonalità leggermente più ampie… Ultimamente uso molto il marrone.

Il mondo dell’infanza e i disegni dei bambini sembrano giocare un ruolo importante…
"Io sono piccolo, da grande voglio diventare piccolo, e non voglio dimagrire e non voglio più morire, no!". È il testo di una mia canzone!

Il titolo della tua personale milanese, “You Caught Me In A Bad Mood” è abbastanza singolare…
Come mi accade quasi sempre, la prima idea è quella che poi utilizzo. Nei disegni, come nella musica: preferisco sempre usare l'istinto. I ripensamenti e gli errori fanno parte dell'oggetto, amo vedere gli errori, come segno di verità, come traccia di una sfida, con il caso.

Come descriveresti l’allestimento, sia per come hai esposto le opere che per i punti di vista indiretti a cui in qualche modo costringi il fruitore?
Lo definerei… scomodo! In un punto del corridoio ad esempio ho posizionato una grossa scultura di scotch, e a terra ho ricoperto il pavimento di carta assolutamente candida che di fatto scoraggia chiunque a calpestarla e porta ad aggirare la scultura. Lì dietro è in assoluto il punto più bello della mostra!





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