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17 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • David Lynch: In acque profonde
di Andrea Grieco


Catching the Big Lynch. Il mondo del regista americano in un libro tutto da leggere

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Il potenziale epifanico insito nei codici linguistici è quanto David Lynch va scandagliando in ogni suo approccio espressivo, rivitalizzando canali comunicativi che altrimenti incancrenirebbero per il modo reiterato con cui vengono attivati. Invece l’artista del Missoula si fa ierofante misterico, officiando immersioni sensoriali rivitalizzanti per il medium interessato e per il fruitore. In tale ricerca un’eccezionale incidenza assume la comunicazione verbale scritta, e innumerevoli sono le manifestazioni e le visualizzazioni con cui i segni grafici e le parole sprigionano la loro energia cosmogonica.
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Sintomaticamente, il primo cortometraggio di Lynch, The Alphabet, è una fosca e inquietante disamina del processo d’apprendimento, e le lettere acquistano una valenza quasi organica, riproducendosi per gamia inseminando l’immagine e lo sguardo. Lettere che s’incistano nella matericità delle tele del Lynch pittore, quelle estratte dall’agente speciale Dale Cooper dalle salme dell’obitorio di Twin Peaks, o metaforiche e mortali come quelle che lo psicotico Frank Booth di Velluto Blu minaccia di spedire alle vittime designate e, perchè no, i neologismi tecno-futuristici ideati per uno scintillante commercial clip di un modello d’automobile. Persino in un maelstrom pulsante e immaginifico come Inland Empire è possibile rintracciare un epicentro di sistema in una figura dalla valenza mitica che col dito ripete freneticamente il gesto dello scrivere.
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Ecco perché Catching the big fish: meditation, consciousness and creativity (questo il titolo orignale del volume In acque profonde pubblicato dalla Mondadori) non rappresenta un’incursione eccezionale o gratuita dell’autore nell’universo letterario, pur prospettandone il deragliamento dei canoni strutturali. Come per le forme narrative filmiche infatti, Lynch ci lascia in balia di un testo accidentato, irto di digressioni che spalancano varchi dimensionali. I passi tratti dalle UpaniŞad che fungono da rubriche per molti dei capitoli del libro e le descrizioni dei benefici di una pratica di meditazione trascendentale, che il regista ha dichiarato di svolgere con passione e assiduità, si cortocircuitano con racconti biografici, aneddoti riguardanti la realizzazione dei suoi film e considerazioni di estetica. Ci si accorge dopo poche pagine che non si è di fronte ad un languido e fumoso trattato new age e che le scritture sacre induiste sono cartelli, indicazioni stranianti, come le didascalie erranti disseminate negli ambienti e paesaggi di Cuore selvaggio, perforazioni dei bordi precostituiti delle aspettative, inviti allo sconfinamento.
Un processo tendente al superamento della mimesis, che ci consente di cogliere la sostanza di queste pagine con una similitudine infratestuale che sfrutta la latenza figurabile della galassia lynchiana, attraversata da forze altrimenti invisibili. Così è l’analogia con una sequenza di Mulholland Drive che meglio riesce a disvelare l’essenza celata negli interstizi abissali di questa tensione figurale. Nella pellicola ci viene mostrato il rientro a casa del regista Adam Kesher, che trova la moglie Lorraine a letto con l’addetto alla manutenzione della piscina. L’uomo tradito si vendica imbrattando di vernice fucsia i gioielli della moglie prima di essere percosso dal nerboruto amante. É nel colore sgargiante e denso, luccicante e torbido al contempo, che tinge in maniera oscena ciò su cui si posa, che si svela il regime desiderante della scrittura di Lynch, qualsiasi sia il linguaggio adoprato.

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