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  • Shine a Light
di Alessandro De Simone


La luce si accende ancora per questi quattro anziani profeti del rock, ripresi in maniera perfetta da un Martin Scorsese al servizio della musica. E non potrebbe essere altrimenti

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Guardando Mick Jagger viene naturale pensare che in alcuni casi l’assunzione di droghe pesanti possa in qualche modo, a lungo termine, giovare alla salute. Poi sposti lo sguardo su Keith Richards e cambi idea. Quello che non cambia è l’emozione che questi due attempati signori, insieme ai loro compagni d’avventura Ron Wood e Charlie Watts, riescono a trasmettere dopo quarant’anni e oltre di onorata carriera nello sfavillante mondo del rock ‘n’ roll.
Considerare Shine a Light un tributo ai Rolling Stones sarebbe sin troppo facile e probabilmente anche riduttivo, perché la più longeva e fortunata band della storia non ha bisogno di essere ulteriormente celebrata. L’occhio di bue che si accende e si direziona su quel palco lungo una vita illumina quattro ragazzi che suonano della bella musica con l’entusiasmo della prima volta, più bravi a trascinare una platea che mette d’accordo nonne, mamme, figlie e nipoti, tutte indifferentemente rapite dal fascino maledetto del vecchio Mick.
Scorsese ci mette del suo, dando a questo concerto per la Clinton Foundation (a proposito: quanti di voi sono stati presentati a una platea da un due-volte-presidente degli Stati Uniti?) il dinamismo tipico del suo cinema, fatto di carrellate avvolgenti, dolly morbidissimi, tagli d’inquadratura di gran classe, ma soprattutto restituendo sullo schermo quella magnifica emozione che fa di un evento dal vivo un momento unico e irripetibile, perché sempre diverso, sera dopo sera.
Gli Stones, da navigati uomini di spettacolo, assecondano con straordinaria naturalezza. Jagger si muove ancora come un ragazzino e sprizza sensualità da tutti i pori, Keith è sempre il rocker maledetto che tutti conosciamo, solo con qualche chilo in più e un numero di rughe ormai tendente a infinito, Ron Wood suona le sue chitarre con il sorriso di un sedicenne di una garage band e Charlie Watts… beh, lui ha la batteria.
Due ore di performance straordinaria, con i classici, da Jumpin’ Jack Flash a Sympathy for the Devil, ma anche molti pezzi meno consociuti al grande pubblico, con un fantastico momento in cui il palco viene lasciato da Jagger all’amico Keith che emoziona platea e pubblico con la sua voce calda e roca in due blues meravigliosi.
E poi gli special guest. Il triello di chitarre tra Ron, Keith e il grande Buddy Guy è da lacrime agli occhi, soprattutto quando alla fine Richards gli regala la chitarra come segno di profondo rispetto e ammirazione.
Poco prima, un emozionato Jack White si era cimentato in un duetto con Mick Jagger, un ideale passaggio di testimone a uno dei pochi veri talenti del rock moderno, l’esatto contrario di Christina Aguilera, vistosa e chiassosa bellezza pupilla delle major discografiche, che sul palco, anche strappandosi le corde vocali, non riesce ad avvicinare le note raggiunte senza sforzo da un uomo che potrebbe essere suo nonno.
Quando alla fine la band ringrazia e lascia il palco, la sensazione è proprio quella di quando finisce un concerto: le luci si accendono per l’ultima volta e le star vanno nel backstage, un lungo piano sequenza le porta fino alla limousine, alla luce della luna che fa una boccaccia al mondo.
E il mondo ringrazia.

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