Philip K. Dick non riesce più a trovare un degno cantore per il cinema. Per fortuna ci sono i romanzi

Che Philip K. Dick fosse uno dei narratori più sfruttati da Hollywood era risaputo, paradossale risulta invece il fatto che, se si eccettua il
Minority Report di Steven Spielberg e in parte il
Blade Runner di Ridley Scott, si sia riusciti a cogliere e trasporre in immagini le atmosfere e gli umori dello scrittore solo quando i riflessi della sua opera erano latenti, o quando il riferimento alla fonte primaria non era dichiarata. Di quest’ultimo fenomeno ne è esempio lampante l’intera produzione di Andrew Niccol, dal quasi plagio del romanzo dickiano "Tempo fuori di sesto" per la sceneggiatura da lui realizzata per il
The Truman Show di Peter Weir, a tutte le citazioni e ispirazioni che sottendono i suoi film più riusciti,
Gattaca e
S1mOne.
La riprova negativa di quanto detto è invece quest’ultima regia di Lee Tamahori, che pur palesando l’ascendenza dal racconto dickiano "The Golden Man" (Non saremo noi), non solo non ne rispetta il plot, limitandosi ad uno spunto talmente minimo che sarebbe convenuto omettere l’ingombrante paternità dello stesso, né tantomeno si perita di suggerire la cocenza del discorso sociale che rappresenta il nervo del testo originario. Così la storia, che lo scrittore dovette concepire riprendendo il “mito delle stirpi” di origine fenicia e riproposto da Platone nella Replubblica, commistionandola alla costituzionaria paura americana dell’altro e del diverso, diventa quella dell’illusionista Cris Johnson, in arte Frank Cadillac, capace di guardare due nimuti avanti nel futuro. Straordinario dono che gli metterà alle calcagna i federali, intenzionati a sfruttare questo potere per sventare un attentato terroristico.
Una trama esilissima che dovrebbe, quantomeno, creare i presupposti per un action mozzafiato, come pure era riuscito a John Woo con
Paycheck, anch’esso tratto da una novella di Dick, ma che si arena immediatamente, anche a causa di attori monocordi che riproducono il cliché del personaggio dal quale non sembrano più capaci di liberarsi: un Nicolas Cage preoccupato di rifare per l’ennesima volta l’uomo condannato a portare con sé un incommensurabile fardello esistenziale, e una Julianne Moore intenta con tutta la verve di cui è capace a riprodurre l’ennesima versione della donna più dinamica e decisa del pianeta, non bastano a colmare un vuoto interpretativo che riserva un unico sussulto nel cameo di Peter Falk, col suo incedere claudicante e lo sguardo sornione. A rendere la pellicola di Tamahori oltremodo scialba, più che una direzione anonima che avrebbe comunque potuto garantire il confezionamento di un film di puro intrattenimento, sono la manicheistica e anacronistica riproposizione del dispositivo di potere tipico del cinema reaganiano, del quale mutua financo gli stereotipi più ridicoli come i villain con l’accento dell’est. Come se il director neozelandese, ormai d’adozione hollywoodiana, fosse ancora completamento all’oscuro delle strade intraprese dal cinema d’azione contemporaneo, tralasciando l’impennata adrenalinica conferitole da Paul Greengrass con i suoi ultimi capitoli delle gesta di Jason Bourne, l’ingiustamente vituperata telluricità fracassona delle produzioni firmate Jerry Bruckheimer, o lo scanzonato estro con cui Sam Raimi concepisce le pindariche evoluzioni di
Spiderman.
A voler parafrasare una battuta del Cris Johnson del film, intento a lodare le grazie di Jessica Biel, se la bellezza è quella cosa la cui somma delle parti è tale da non dovervi aggiungere o togliere nulla perché risulta perfetta così com’è, allora la pellicola di Tamahori e ben lungi dall’esservi vicino.
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