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  • Un amore senza tempo
di Nicoletta Scatolini


Lajos Koltai compie un viaggio attraverso i meandri della memoria, alla riscoperta di un amore mai sopito né cancellato. Nella sua cucina non mancano certo gli ingrediente base del melodramma, ma esagera un po’ troppo con i dosaggi

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Quando si giunge al crepuscolo dell’esistenza, arriva il momento dei bilanci. Succede questo anche ad Ann Lord, che costretta a letto da una malattia in fase terminale, sotto l’occhio vigile delle due figlie, compie un’onirica escursione dentro se stessa alla riscoperta della propria giovinezza; un periodo che cela, dietro la spensieratezza e i sogni per il futuro, un segreto tenuto nell’ombra troppo a lungo. Ann ritrova nella memoria il sentimento mai sopito per Harris, con il quale ha vissuto degli attimi indimenticabili prima che la vita dividesse le loro strade. Una passione che non può tramutarsi in amore a causa di una tragedia improvvisa e lacerante, ma che a dispetto del tempo germoglia e si fortifica, allungando le radici nel terreno molle e scivoloso del rimpianto e rendendo impossibile il calare su di esso dell’oblio.
Attraverso un viaggio nei meandri mnemonici, tra flashback e fantasie, Evening - Un amore senza tempo ci trasporta dolcemente lungo il flusso di ricordi della protagonista, utilizzando la dialettica tra tempo presente e le splendide vedute di una Newport di cinquant’anni fa come una girandola emotiva che suggestiona l’apparato visivo. Il film di Koltai è pervaso da un andamento placido, che rispecchia la tranquillità dell’addio alla vita - una vita tutto sommato vissuta intensamente - durante la quale anche il rammarico e la nostalgia diventano dei “dolci” tormenti in cui cadere per farsi cullare teneramente. Il ritmo lieve e privo di scossoni che cadenza il film, tuttavia, inciampa spesso in una piattezza strutturale (derivante proprio dall’elemento sintattico costitutivo della trama), che perde il suo potenziale di vitalità e intensità melodrammatica. Le assidue e insistenti alternanze temporali, rimandando e ritardando infinitamente - con un continuo palleggio - i punti di maggiore pregnanza sensibile, finiscono con il perderli. L’intreccio del racconto appare privo di climax, di punti nodali o esplicativi, si muove attraverso immagini bellissime, ma povere di passione o forza emotiva, e trova la sua fonte di alimentazione primaria nei toni del melodramma, affondandone il pedale, con il risultato però di una messa in scena alquanto monotona.
Nemmeno la partecipazione di un cast stellare e brillante (quasi interamente al femminile), da Vanessa Redgrave a Claire Danes, da Meryl Streep a Mamie Gummer e Toni Colette - che mette in scena un’intrigante confronto generazionale tra donne e attrici tanto differenti - viene sfruttata a dovere nelle sue potenzialità. La presenza di tante interpreti straordinarie, di una cura pregevole della fotografia e della ricostruzione storica non riescono a togliere d’impaccio questo film monotonamente mélo, che sembra perdere strada facendo i suoi punti di forza e il pathos emotivo della storia sentimentale. Davvero un peccato.

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