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17 maggio 2012  



  • Letture - Fumetti - Comics
  • Redux e i neri venti del caos
di Andrea Grieco


Un'atmosfera asfittica che introduce la macabra figura del feinschmecker e che risucchia inesorabilmente il lettore in un vortice di atrocità

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Tavole limacciose, pregne d’umori insostenibili queste di Redux e i neri venti del caos, primo numero di una serie che si compone di cinque albi editi dalla Grrrzetic, e che andranno delineando una parabola discendente nell’abisso marcescente della contemporaneità.La cover del primo albo, edito in Italia da Grrrzetic Pagine cosparse di materia intorbidante, quasi come se alle più ingegnose tecniche grafiche impiegate per narrare una disfunzionale storia di solitudine e antropofagia, Akab avesse impastato le secrezioni organiche dei corpi dolenti dei suoi personaggi.
Redux è la visualizzazione di una deriva psichica che erutta miasmatica e venefica per incistarsi nella cellelosa; un fumetto asfittico, proiezione di una lucida agonia emotiva, che porta il protagonista alla conoscenza del feinschmecker, il buongustaio che cerca, tramite un’inserzione in rete, qualcuno disposto a farsi divorare. Un incontro di esistenze che si consumano tra squallide reminiscenze e devastanti fobie, nella speranza di un alito d’umanità. Una storia scandita dall’alternarsi inesorabile dei giorni che separano l’io narrante dall’esiziale convivio, in una sorta di sordida purificazione che decanta rabbia e distilla disperazione, mentre gli ambienti e gli spazi vissuti collassano in un indistinto sfondo canceroso che reclude e ammorba.
La perizia di Akab, artista visivo che sperimenta le più disparate soluzioni espressive, dedito anche all’animazione e alla realizzazione di clip e lungometraggi, si concretizza in una sequenza di pagine che si sfogliano come se si ammirasse una wunderkammer, Una delle inquetanti tavole di Akabstanza delle meraviglie i cui artificilia trasmettono la sofferenza che impregna le mura di una sala delle torture, e gli strumenti del disegno si trasmutano in affilate e implacabili lame che incidono l’epidermide del foglio e affondano nel corpo molle e ambiguo dell’identità. Un’ambivalenza semantica e pulsionale che imbeve interamente Redux, una storia atroce espansa in tavole, tratti e disegni che tradiscono e celano al contempo la propria sostanza originaria, un coacervo di oscure accensioni sensoriali che risucchiano il lettore in un vortice nefasto. Lacerti di garza medica imbevuti di terragni colori, colate tumultuose che invadono le vignette di pigmento liquefatto, testure cromatiche che vengono solcate da linee nervose che faticano a perimetrare i confini di un corpo in disfacimento. Soluzioni foto-illustratiche e interventi digitali si sommano al metodo operativo di Akab, ottenendo risultati estetici che rassomigliano a quelli dell’indiscusso maestro britannico Dave McKean, autore di capolavori della nona arte come Arkham Asylum, Mr. Punch e soprattutto Cages.
La pregnanza ipertrofica, informale del segno di Akab è sancita da testi lancinanti e lapidari, che s’iniettano nel tessuto inquieto del fumetto instillandovi ulteriore nocività, definendo ulteriormente la caduta libera di una vita confinata in un solipsistico limbo di creatività e autodistruzione; una scrittura che agisce come corrispettivo analogico di una multiforme e instabile estensione incubica, che destina ogni sentimento e fremito all’alienazione totale di una fagocitazione consenziente e risolutoria.

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