Il guru della Pop Art e il suo rapporto con il ritratto fotografico. Un accostamento che ci fa capire molto di entrambi

“Credo che fosse quel grande incidente aereo sulla prima pagina di un giornale: ‘129 DIE’. In più stavo dipingendo le Marilyns. Capii che qualunque cosa stessi realizzando doveva essere morta”.
Andy Warhol
Una delle cose che irrita maggiormente (e affascina) di Andy Warhol è quell’aria sempre assente e distaccata, contrapposta alla sua straordinaria capacità di essere interprete delle tendenze nell’era postmoderna e quindi, in un certo senso, essere più presente nella propria epoca. E se di un artista si ha sempre molto rispetto, ma non sempre se ne capisce l’opera, di
questo artista si sa che è riuscito a conquistare l’immaginario sociale, prevedendone il rapporto malato e ossessivo con l’immagine tipico della nostra epoca. Caso emblematico è la sua produzione di scatti fotografici - è proprio il caso di dirlo - industriale.
Gran parte dell’opera di Andy Warhol riguarda il ritratto: utilizzò ogni mezzo a sua disposizione per esplorare il glamour nella giovinezza e nella bellezza umana. Era affascinato dalle persone, si circondava di artisti, musicisti, cineasti e lavorava per chiunque gli commissionasse una qualsiasi cosa. Inventò uno stile rivoluzionario e personalissimo, tanto che ancora oggi facilmente troviamo servizi on line come
YouAreArt, oppure
JustLikeAndy, tanto per viversi un surrogato di ‘Superstar’. Le tecniche da lui adottate gli permettevano di lavorare su grandi numeri in tempi relativamente brevi. Raffigurò quelle che erano già icone del suo tempo, rafforzandone l’immagine, ma anche personaggi solitamente lontani dal mondo artistico, imprenditori, perfino i reali d’Inghilterra; a lui si deve lo sdoganamento nella rappresentazione di personaggi tabù, come i travestiti.
Con la sua mania per l’immagine glamour, Andy Warhol dava fama, stile e una sorta d’immortalità ai suoi soggetti/compratori entusiasti delle sue opere. Fu grazie agli introiti generati dalla produzione artistica di ritratti che potè finanziare una molteplicità di altre attività artistiche legate alla “Silver Factory”: emblematici in tal senso sono stati gli ‘screen-test’ durante i quali lasciava il soggetto semplicemente libero di fronte a una cinepresa per alcuni minuti. Fu questo reinvestimento nelle sperimentazioni artistiche, un "carburante" di personaggi, idee, interpretazioni della società ad attirare indirettamente attenzione, personaggi di rilievo e quindi denaro.
Tipicamente affrontava il ritratto di una persona riprendendola con l’onnipresente Polaroid in bianco e nero e, in virtù della Factory, usava il sistema delle ‘collaboration’ per trovare lo styling, la posa e il trucco migliori. A quel punto iniziava a scattare tante e tante Polaroid, per poi selezionare l'immagine finale coinvolgendo il soggetto nella scelta. L’immagine risultante veniva tagliata in un quadrato e stampata su un enorme foglio acetato che sarebbe in seguito servito per la serigrafia oppure per proiettare il quadro da ricalcare e colorare, come fece per le scatole Campbell’s.
Da questo procedimento la Factory sfornava ‘Superstar’ laddove Andy Warhol aveva capito che era l’immagine Hollywoodiana a contare, non la realtà.
Il suo scopo era sempre stato quello di diventare ricco e famoso e lo raggiunse, semplicemente producendo ciò che più sarebbe stato apprezzato nella sua epoca. E se gli chiedevano di disegnare una scarpa, lui lo faceva, e se poi la volevano diversa, si rimetteva al lavoro fino ad accontentare il cliente/spettatore in una prospettiva ideale di ‘Business-Art’.

L’artista che rispondeva a monosillabi durante le interviste era solito dire che “il miglior modo per disegnare è tracciare qualcosa”, proprio lui che giocava ad applicare le tecniche serigrafiche, di riproduzione meccanica, al ritratto. Concepiva tutta l’opera come una fotografia, ovvero come la traccia della luce su un supporto in cui egli era parte del meccanismo che riproduceva quella traccia. Per capire la poetica di Andy Warhol è molto più utile studiare i suoi metodi di lavoro piuttosto che interpretare le sue frasi criptiche: quelle affermazioni non facevano altro che anticipare il predominio dell’immagine e della forma sui contenuti.
Oggi, osservando la comunicazione pubblicitaria e quella politica in simbiosi con l’informazione, ci rendiamo conto di quanto il medium, le tecniche e la retorica abbiano effetti di gran lunga maggiori del vero contenuto. Andy Warhol lo aveva anticipato anche nelle dichiarazioni che faceva.
Fu anticipatore con la tecnica, come abbiamo detto, ma anche con la poetica insita nel modo di fare ritratti. Dal sistema delle collaborations, alla forza con cui dimostrava di essere colpito dai messaggi mediatici veicolò il significato del ritratto da descrizione dell’interiorità di una persona a descrizione di un incontro e perfino di un momento storico. Ne sono un esempio i ritratti di Jackie Kennedy (dopo l’assassinio del presidente ne realizzò 302) e le Marilyn. Il giorno dopo la notizia della sua morte, trovò un negozietto di gadget e immagini di celebrità, ne scelse una in bianco e nero e la riprodusse nelle molte opere che abbiamo spesso visto. Il legame celebrità-fotografia-morte era molto evidente.
La morte, accanto alla sete di fama, costituisce l’altro tema forte che identifica i ritratti di Warhol e ancor di più gli autoritratti.
“Da artista commerciale nel 1950, Warhol capì che era l'immagine Hollywoodiana a contare, non la realtà. I suoi autoritratti servivano per renderlo più che altro un'icona nell'epoca di Marilyn Monroe e delle altre persone che ritrasse. Creò la sua stessa immagine, dietro la quale poi si nascose”.
Keith Harley, direttore della
National Galleries on Scotland

Il forte legame di Andy Warhol con la fotografia (lasciò quasi 100.000 immagini) era sottolineato da quella Polaroid perennemente legata al collo, dalla mania di scattare e, significativamente, da alcuni leitmotiv più tipici. All’inizio della sua carriera collezionava ritagli di giornale e immagini di incidenti aerei oppure di condannati sulla sedia elettrica; più avanti produsse una quantità impressionante di ritratti di celebrità dopo la loro morte e, verso gli ultimi anni, esplicitò l’argomento ritraendosi al fianco di un teschio.
"Era ossessivamente spaventato dal rischio di morte improvvisa anche prima che la scrittrice, Valerie Solanas fece il suo ingresso nella Factory e gli sparò il 3 giugno 1968 - quasi uccidendolo. Questa fascinassione morbosa per la morte si rifletteva apertamente nel suo lavoro - quando produceva immagini di vittime anonime di incidenti aerei o della sedia elettrica".
Keith Harley, direttore della National Galleries on Scotland
“Warhol aveva riconosciuto nella fotografia il mezzo centrale dei nostri tempi, nell'ossessione per l'apparire, nella morbosità dell'occhio unita a doppio vincolo con il rifiuto dell'idea di morte, naturalmente l'arte e la cultura pop”.
McLuhan
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento