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  • Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo
di Federica Aliano


L'attesa è finita. Dopo quasi vent'anni Indiana Jones torna al cinema. Davvero?

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Dopo due decenni di attesa, finalmente possiamo dirlo con certezza: è impossibile ricreare quasi vent’anni dopo il mondo di Indiana Jones. E cominciamo seriamente a pensare che le innovazioni tecnologiche e l’affinarsi di certe tecniche non giovino affatto al cinema.
Sorvolando momentaneamente sul contenuto del film, la prima cosa che salta agli occhi è la netta differenza della fotografia: calda e quasi dorata nella trilogia, bianca e fatta solo di luce accecante in questo Indiana Jones e il Regno del Teschio di Cristallo. Fastidiosa, eccessiva, piatta, la luce illumina a giorno ogni cosa, rimbalza sui volti e sulle superfici, uccide quell’atmosfera “sporca” che era la cifra visiva degli altri film sul Professor Jones. Penserete che sia il male minore, ma non è così: bisogna stringere gli occhi anziché aguzzare la vista, e a perderci è il mistero.
Inutile poi sparare a zero sul doppiaggio italiano: che negli ultimi dieci anni sia precipitato in un baratro senza fondo è ormai un fatto concreto, e a nulla serve recuperare lo stesso doppiatore del protagonista, se poi le nuove tecniche (e torniamo sulle note dolenti) attutiscono i suoni e rendono ovattata l’atmosfera. Particolarmente irritante è l’accento di Irina Spalko, che letteralmente demolisce l’eccezionale lavoro sulla voce compiuto sempre da Cate Blanchett preparando un personaggio.
Il ritmo della narrazione è lento, il susseguirsi delle battute e del sarcasmo tipico di Indy si prende troppe pause, la trama è spesso prolissa e con dei vuoti di secondi che al cinema sembrano un’eternità. E la responsabilità non è, come si potrebbe pensare, di un Harrison Ford invecchiato e lievemente imbolsito. Ford è Indiana Jones, nessun altro potrà mai indossare con lo stesso merito il suo cappello. Scattante, sardonico, autoironico, non è certo il punto debole del film. E non vogliamo nemmeno pensare che sia Spielberg ad accusare i primi colpi della senilità: i suoi film più recenti dimostrano il contrario.
Ma dire che Geoge Lucas stavolta ha calcato troppo la mano con la storia è dire poco: non sembra nemmeno più di vedere un film sull’archeolo più spericolato della storia. L’azione si mescola alla fantascienza più spicciola e immotivata, al z-movie realizzato con troppi dollari (avete presente l’ultimo King Kong?), al ritratto familiare che tutti rassicura, al moralismo più semplicistico e bieco. E come se non bastasse, la ricerca di un “qualcosa” che non si sa neppure cosa sia (nessun tesoro questa volta, Henry Jones – nessuno, che orrore, lo chiama più Indiana! – non deve trovare, deve riportare) diventa un mero pretesto per mettere in scena la gara “chi la spara più grossa finisce nello script”. Ricordate quanto era bello seguire gli indizi con il Prof. Jones? Il brivido che vi è corso lungo la schiena la prima volta che avete capito la frase su “l’uomo penitente” in Indiana Jones e l’Ultima Crociata? Dimenticatelo. Lo spettatore ormai è pigro e persino Lucas&Spielberg hanno rinunciato a stuzzicarlo. Le spiegazioni e gli indizi sono tanti, messi lì a caso e spesso incomprensibili. Non importa più che chi guarda partecipi alla ricerca, tanto non c’è proprio nulla da trovare. Teschi, scorpioni, serpenti usati come funi, cascate mortali, formiche giganti… fin qui tutto bene, mai e poi mai ci aspetteremmo la normalità da Indiana Jones. Ma la plausibilità? Quel famoso, sottile equilibrio che rende credibile l’incredibile, e di cui le due menti dietro al progetto sono maestri, dov’è finito? Gli alieni in un film su Indiana Jones sono inaccettabili. Se sullo schermo fossero spuntati l’incredibile Hulk e tutti gli Watchmen non ci saremmo più sorpresi.
Tra i mologhi da cattiva di Irina Spalko a un certo punto si prende una piega politica attuale ("vi cambieremo e il bello sarà che nemmeno ve ne accorgerete") che ci ha fatto sperare in una sorprendente ripresa del plot, ma poi tutto si perde in un buonismo fastidioso e ormai tutto americano. "Io credo, per questo me ne resto al mio posto", dice un irriconoscibile Jones. E la tristezza per tutto ciò che questa frase comporta - e storicamente ha sempre comportato - ci invade.
E, dolore personale di chi scrive, manca del tutto uno degli elementi fondanti della prima trilogia. Non ci sono trabocchetti. Quei meccanismi fantasiosi e assolutamente geniali che si mettevano in moto non appena si calpestava una roccia, si sottraeva la testa dell’idolo d’oro, si tirava una leva, ci si poggiava su qualcosa, si inciampava su un capello, quegli eccezionali ingranaggi fatti di pietra e funi che facevano sbucare dal nulla lance, e lame di ogni tipo con tanto di teschi e cadaveri già trafitti in precedenza, largamente utilizzati in tutti e tre i film precedenti e ripresi nel piccolo capolavoro d’avventura giovanile che fu I Goonies.
Poco di ci importa se al festival di Cannes la critica ha salutato il film con una standing ovation. Negli anni ’80 abbiamo trascorso interi pomeriggi piovosi, sul divano con gli amici ed enormi ciotole di pop corn fatti in casa, a consumare le videocassette con le “maratone Indiana Jones”. Noi sappiamo a memoria le battute, l’esatto momento in cui compare il sorriso sghembo sul volto di Indy, quanti secondi ci mette a cadere a terra il grassone sconfitto da Karen Allen nella gara di cicchetti… Non si scherza con certi sentimenti, nemmeno se ti chiami Lucas.

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