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  • Charlie Bartlett
di Boris Sollazzo


Due talenti, una giovane conferma e una promessa collaudata, per una ricetta già sperimentata. Continuano le originali rivincite dei nerd

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Cosa c’è di peggio dell'essere un adolescente ricco e nerd in una scuola pubblica? Forse esserne il preside. Potrebbe riassumersi in queste parole la trama di questo Le regole dell’attrazione versione truffaldina e maschile che mette di fronte una giovane promessa già adulta della recitazione e un giovane adulto che non smette di essere una promessa (d’incassi e qualità, soprattutto): Anton Yelchin e Robert Downwey Jr. si divertono un mondo a duellare sul filo di psicofarmaci, alcolici e lotte di principio. Un incontro da Far West: dove l’uno cerca la ribellione, l’affermazione, il successo, l’altro cerca la disciplina, l’autodistruzione, il vittimismo. A unirli l’affetto per la compagna del primo e la figlia del secondo, la splendida Kat Dennings, una Susan che tutti cercano disperatamente.
Jon Poll mette su questo film indipendente originale e astuto per ribadire che i nerd avranno sempre la loro rivincita, specialmente se sono carini, molto intelligenti e con uno psichiatra fesso sempre a disposizione. Charlie Bartlett è il ricco pargolo di Hope Davis e di un padre in galera per evasione fiscale. Una ferita aperta nella cultura americana: non sanno decidersi se è giusto o meno che lo stato uccida i criminali, figuriamoci se si pongono il problema di un decennio dietro le sbarre per delle tasse non pagate. E poi dicono della Cina.
Tornando a noi, il giovine è molto incazzato: è pieno di soldi e può far quello che vuole, ma è costretto a crescere prima del tempo. A fare da padre e marito alla mamma svanita, da psichiatra ai nuovi compagni di scuola (passo avanti, da tutte le scuole precedenti era stato cacciato per falsificazione di documenti e simili) che poi lo eleggono leader contro i soprusi. Nel frattempo scopre l’amore e forse capisce più se stesso, aiutato anche da un’amicizia esilarante e improbabile (Mark Rendall, semplicemente mitico). Smette di lottare per il successo e la fama, comincia a farlo per se stesso e per delle cause giuste. Un corto circuito inevitabile che lo porta di fronte a un Robert Downey Jr. più (s)fatto che nei suoi spericolati anni ’90. Cinema in pillole, potremmo chiamarlo, visto che Yelchin diventa “spacciatore” di psicofarmaci a fin di bene. Poll con un film semplice semplice - si ispira a Solondz ma qui di fughe dalla scuola media ce ne sono poche e solo nel rassicurante stile “Sundance” - va molto a fondo. Racconta una società in cui la chimica e i beni materiali hanno sostituito i più banali slanci emotivi, in cui nessuno matura, sono tutti bambini troppo cresciuti o adulti troppo infantili. Il dolore è considerato come una malattia e non come un passaggio naturale e necessario della vita e la “normalità” è allo stesso tempo meta agognata e disprezzata. Il regista, forse, è proprio in questo che fa il salto di qualità: non trancia (pre)giudizi, semplicemente descrive il non sense (comico e depressivo) del concetto di diversità. Lo fa con una bella regia, fresca e divertente, una sceneggiatura senza falle né vezzi, una buona colonna sonora, un giovane attore nato a Leningrado (scusate, anch’io sono un nostalgico) che farà parecchia strada, una serie di comprimari perfetti e Robert Downey Jr., che anche a leggere il contatore del gas, ormai, è il migliore.

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