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  • Eternal Sunshine of the Spotless Mind - un'analisi
di Federico Pedroni


Troppo bello e strutturato per essere recensito, l'unico modo per parlare del film più "kaufmaniano" di Gondry è l'analisi narratologica e stilistica. Capitolo per capitolo

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Prologo: “Took a train down to Montauk”

Cos’è che rende Eternal Sunshine of the Spotless Mind un passo centrale nella produzione di Charlie Kaufman sceneggiatore? Cosa lo fa essere allo stesso tempo il punto più alto e quello più estraneo tra gli script dell’autore newyorchese? È l’inusuale miscela tra romanticismo e cerebralità che in questo caso privilegia, in maniera quasi inconsapevole, la prima sfumatura. L’incipit del film è infatti una negazione dell’intellettualismo caro a Kaufman: un ritratto sfuggente di un uomo disperato e depresso che prende senza ragione un treno che lo porta non al suo lavoro a Manhattan, ma verso il mare, percorrendo Long Island fino a Montauk, dove lo attende un oceano di malinconia ma che sulla via del ritorno gli regalerà un incontro con la turbolenta e irresistibile Kate Winslet con capelli versione arancio. Il treno, l’oceano, tempi dilatati per un’antiesercizio stilistico. Un breve incontro in metropolitana, una possibilità in una vita apparentemente grigia, in un diario dalle pagine tutte strappate.

“What took you so long?”

L’inizio sembra una versione lunatica – negli sguardi e nei dialoghi obliqui, nelle barbe sfatte e nei capelli tinti – di una tradizionale commedia romantica. Cosa che ovviamente “Eternal sunshine” non è. Ma con i canoni del genere riesce a giocare alla perfezione. Il banale dialogo della prima telefonata di Joel a Clementine trasuda verità e rimanda alla memoria emozioni e brividi che ognuno ha già provato, inizia a giocare con la memoria emotiva che sarà poi il fulcro della macchinazione narrativa. Poi di colpo, dopo una magica descrizione di una fuga notturna (ghiaccio, cielo, stelle: elementi di raffinato sentimentalismo) partono i titoli e il film si ribalta, si disvela, inizia la sua opera di scavo nei meccanismi del ricordo.

“Technically speaking, the procedure is brain damage”

E qui inizia il gioco scoperto di Kaufman, qui i suoi temi e le sue ossessioni escono fuori. Il meccanismo narrativo sta nel dolore incomprensibile di Joel che non riesce ad accettare il lutto di un amore finito. Una società, la “Lacuna Inc.” – nome quanto mai kaufmaniano – garantisce oblii su commissione, la possibilità di ricostruirsi una vita senza dover affrontare i traumi della separazione, senza metabolizzare i fantasmi del passato. Insomma la memoria è un peso e la tecnologia può aiutare a reciderlo, a estirparlo come un cancro.

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“See, Clem… I assumed you fucked someone tonight. Isn’t that how you get people to like you?”

Scoprendo che Clementine ha adottato la scelta di cancellare i suoi ricordi, Joel vuole fare lo stesso, in una dinamica vendicativa caratteristica delle storie d’amore. Decide così di sbarazzarsi delle memorie dolorose, di piegare ogni sentimento sull’altare della razionalità emotiva. Ma il film ci ributta subito in quello che realmente vuole rimuovere. La cancellazione del passato, l’annullamento del sé, comincia dai ricordi più freschi, dalle crisi, dalle parole violente e fuori luogo, dalle gelosie di cui non vediamo l’ora di sottrarci per una vaga vergogna di noi inquadrando l’operazione come un colossale esercizio di autoindulgenza che rassicura e non fa soffrire.

“Constantly talking isn’t necessary communicating”

Il film, con il suo tono apparentemente intellettuale, gioca a rimpiattino con le sensazioni più comuni del mondo. Ci asseconda nella nostra vigliacca tentazione alla rimozione assoluta, ci compiace in un desiderio puerile di vendetta emotiva. Perché le parole – quelle di cui Kaufman si nutre – sono le matrici dei ricordi, e annullando questi si cancellano quelle. Ma ciò che si cancella, in un percorso emotivo di rivendicazione e difesa del sé, può essere diverso da ciò che si desidera. La comunicazione non può passare soltanto da un vago razionalismo lessicale, ma si fonde con le azioni irreversibili dei protagonisti che reagiscono alla voglia di annullarsi, si nascondono negli anfratti più improbabili della memoria individuale per trovare nuova vita. Reinventandosi per difendersi, mistificando per sopravvivere.

“I’m just exactly where I wanna be”

È in questo momento che Kaufman, con le sue geometrie sghembe, si arrende al sentimento, all’unicità dell’attrazione, all’impossibilità di rendere intellettualmente seriale una situazione che vive e si nutre di emozioni. Quando il personaggio di Elijah Wood – uno dei cattivi più inconsapevoli della storia del cinema – reinterpreta la vita di Joel, recitando con televisiva precisione le parole atte alla seduzione, il gioco non funziona: la vita si ribella allo schematismo intellettuale di una battuta, di una frase, di un momento. E la stessa battuta diventa un boomerang perché ogni momento è irripetibile e la riproposizione letteraria diventa un fallimento, una recita buona per chi non ha più cuore e anima.

Immagine“You can have him. You did”

Quando i personaggi sembrano reagire allo schema ideologico della cancellazione, quando cercano l’irrazionale (il meraviglioso: la pioggia nel salotto, la neve sulla spiaggia, lo sfasamento temporale) Kaufman cerca di riportare tutto a posto. La cancellazione della memoria di Joel viene descritta come un duello: da una parte l’immagine del personaggio che si infila nei più personali luoghi del proprio cervello, dall’altra i “cacciatori” che cercano di stanarlo. E la caccia, per Kaufman, non può che finire con una resa da parte del buono, del pentito, dell’irrazionale. L’intelligenza dell’autore sta nel traslare le problematiche fin qui riservate ai due amanti protagonisti agli altri attori, ai ballerini di fila che, scopriremo, sono anch’essi fatti di carne e sangue. Il tradimento reiterato inconsciamente dal personaggio di Kirsten Dunst non solo svelerà il passato e il presente di Joel e Clementine ma ci metterà di fronte all’ineluttabile forza dell’attrazione, al fatto che non solo tendiamo a cadere sempre negli stessi errori, ma che siamo disposti a farlo in maniera inconsapevole, come barche portate dalla corrente.

“If you wanna be with me, you’re with me”

È qui che gli ultimi ricordi superstiti, quelli che cercano di resistere giocando sporco, ingannando e lottando per la propria sopravvivenza, assumono un valore identitario. Quando Joel e Clementine si incontrano tra le rovine di una libreria che si disintegra passo dopo passo, sono costretti a confessarsi una scelta definitiva. Ora che si stanno cancellando sono obbligati a definire i loro spazi, la loro centralità, la dignità troppe volte messa in discussione. Si arriva così, con l’anima già provata da un inseguimento metafisico, al confronto inevitabile con la parte oscura dei nostri pensieri. Di fronte alla rappresentazione del loro futuro (non ipotetica ma sancita dalle voci e dalle parole nel processo di identificazione dell’altro) i protagonisti riescono a conquistare un’ipotesi di presente. Non c’è una scena più coraggiosa di ammissione romantica di quella finale di “Eternal sunshine”. Joel e Clementine non hanno alibi: hanno appena sentito loro stessi parlare e condannare il loro passato. Sono testimoni sia dell’accusa che della difesa. Vogliono salvarsi e distruggersi. Ma stanno al gioco perché, per un volta in Kaufman, il fattore umano non si fa ridurre. Accetta la sfida e la vince perché sa di perderla. Condannandosi a una probabile infelicità i protagonisti si redimono e riscattano il loro passato proprio perché il passato, come ogni futuro, è inafferrabile ma è anche – senza possibilità di scelta – la materia di cui siamo fatti.

Epilogo: “Everybody’s gotta learn sometimes”

Chiudiamo con qualcosa di molto simile a dei ringraziamenti. L’emotività di “Eternal sunshine” (la più bella sceneggiatura di un autore tutt’altro che emotivo) si deve a un’alchimia incredibile. Il responsabile principale è il regista Michel Gondry. Già insieme nel discontinuo Human Nature, Gondry e Kaufman miscelano le loro caratteristiche in maniera chimicamente calibrata. Gondry non asseconda le rigidità di Kaufman anzi, decide scientemente di ammorbidirle, di fonderle in un miscuglio postmoderno di sentimenti e idee, di ragione e follia. Il gioco estetizzante di Gondry regala umanità mentre Kaufman definisce umanamente i suoi personaggi in un ambiente più caloroso. E, per finire, il tono definitivo del film lo dà la canzone di Beck che regala al film spessore e indirizzo: “Tutti ogni tanto devono imparare”. Certo, soprattutto quando non sappiamo farlo e di sicuro non ce lo aspettiamo.

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