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  • Confessione di una mente pericolosa
di Adriano Aiello


L'esordio di George Clooney alla regia è sorprendente, anche grazie alla straordinaria sceneggiatura di Charlie Kaufman

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Ci sono ben pochi dubbi che ai tempi della sua prima regia, George Clooney non godesse del credito e del rispetto che si è conquistato sul campo. Il bel brizzolato era decisamente più noto per l’indomabile fascino, l’attitudine festaiola e una bizzarra ossessione per Cary Grant come modello attoriale. Elementi che ancora l’accompagnano e che ne segnano il profilo di amabile divo, ma che ormai da anni viaggiano paralleli al suo notevole percorso attoriale, ma soprattutto registico, aiutato da una factory unita, esperta e eclettica, che non ha mai comunque oscurato l’intelligenza delle scelte e il grande amore per il cinema del passato che Clooney dimostra in tutti i suoi film.

A rivederlo oggi, Confessione di una mente pericolosa non solo sorprende per la controllata irrequietezza stilistica e per l’abilità di navigazione tra i generi, quanto perché delinea inequivocabilmente un progetto autoriale che fornisce chiarezza e corenza alle successive regie di Clooney. Poco conta, sotto questo profilo se In amore niente regole è opera friabile e sonnolenta, troppo inferiore ai suoi precedenti, perché la volontà di rileggere il cinema del passato, per raccontare il lato oscuro dell’America è ancora intatta.

In Confessione di una mente pericolosa, l’autoanalisi di Chuck Barris (che sembra un po’ il Frank Abbagnale di Spielberg e un po’ l’Howard Hughes di Scorsese) è da una parte il racconto di un’ascesa e caduta secondo gli stilemi più classici del noir americano – con tanto di nervose ellissi temporali e ricercate scelte di fotografia – dall’altra un inquietante ritratto di un sistema politico arrogante e borioso. In mezzo la preponderante riflessione mass-mediologica, tra ironia salvifica e ossessione apocalittica del declino di una società e di un sistema di valori “presuntamene” vergine prima del trionfo del tubo catodico. Elemento teorico che sta a molto a cuore a Clooney, figlio consapevole di un modello culturale la cui contemporanea storicizzazione non permette ancora un vero affrancamento. Ovvio allora che la sceneggiatura di Charlie Kaufman sguazzi beatamente nel sottolineare l’ossessione per il sesso di Chuck, l’assurdità della sua doppia vita e l’orrido televisivo senza fine, e che il clima da spy story finisca per diventare più una piacevole cornice di genere, che un raffinato discorso politico. Ma Chuck Barris era davvero solo un uomo del suo tempo, desideroso fino alla follia di essere “succhiato”?

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