L'attacco a Scorsese, i videoclip delle origini, il nuovo film su Greenpeace. Le confessioni di un adolescente di 71 anni

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Shine a Light di Martin Scorsese? Un filmetto dilettantistico che avrebbe potuto girare qualisiasi studente dell'Università di Bologna". Non provenisse da lui, la stroncatura all'applauditissimo documentario sui Rolling Stones potrebbe sembrare il livoroso sfogo di un folle. A gridare il suo sdegno è però il 71enne Peter Whitehead, leggendario regista inglese, celebrato come inventore del videoclip musicale, che per primo filmò nel '67 le imprese di Mick Jagger e compagni, trasformandole nel celebre
Tonite Let's All Make Love in London. Ospite del Biografilm di Bologna, che in questi giorni gli riserva una retrospettiva, Whitehead rincara la dose: "Non ho visto il documentario, ma neanche mi interessa. Martin ha utilizzato parte dei miei materiali e si è consultato con me durante la preparazione. Ne so quanto basta: "Shine a Light" è esattamente quello che ci si potrebbe aspettare da lui: un prodotto commerciale, al servizio delle major". Simile il disinteresse che il genio eclettico di
Led Zeppelin: Live at The Royal Albert Hall,
Pink Floyd in London '66-'67 e tanti altri filmati musicali, ostenta per la prova attoriale dell'ex compagna Marianne Faithful in
Irina Palm: "Neanche sapevo che avesse fatto un film. E' da anni che non vado al cinema e mi resta talmente poco tempo a disposizione, che certo non lo spreco a vedere i film degli altri".
A più di trent'anni dal suo addio al cinema, maturato in seguito all'amarezza e alla disillusione per gli assassini di Bob Kennedy e Martin Luther King, il testimone per eccellenza della Swinging London annuncia infatti a sorpresa il suo ritorno in regia. Dopo un lungo e volontario esilio in Arabia Saudita, dove per vent'anni si è dedicato all'allevamento dei falchi, a riportarlo ora in scena è un film bomba sull'eco-terrorismo. La provocazione è già tutta nel titolo del progetto, che ha ispirato al suo ultimo libro:
Terrorism Considered as a Fine Art, ovvero "Il terrorismo considerato come una delle belle arti". Nel suo stile, che preannuncia originale e personalissimo come sempre, il film prenderà spunto dall'affondamento della Rainbow Warrior, la nave-laboratorio di Greanpeace colata a picco nel 1985, mentre effettuava dei rilevamenti sulle radiazioni nucleari al largo della Nuova Zelanda. "Il titolo si rifà alla verità di quella tragica vicenda - spiega Whitehead - che costò anche la vita a un membro dell'equipaggio. Dalla prospettiva fantastica di un infiltrato, racconterà cioè come il sabotaggio e il siluramento dell'imbarcazione sia avvenuta per mano di un magnate, direttamente coinvolto nelle sperimentazioni che Greanpeace provava a combattere". "Poiché l'arte non interessa ormai più a nessuno - prosegue -, sfiderò l'attenzione dei media con le loro stesse armi: parlando del primo vero atto di terrorismo, compiuto dagli Stati Uniti".
L'indignazione alle spalle del progetto, che prevede di ultimare entro l'anno, è la stessa che alla fine degli anni '60 lo portò ad abbandonare gli Stati Uniti: "I Rolling Stones, i Pink Floyd e i Led Zeppelin si erano fatti portavoce di una vera e propria rivoluzione. Chi sul piano strettamente musicale e chi anche su quello sociale e politico, avevano giocato una parte fondamentale nel fermento dell'epoca". Allora in prima linea contro la guerra in Vietnam, a cui insieme a Peter Brook dedicò lo spettacolo
Us, Whitehead rinviene proprio in quel dramma la fine di un'epoca: "Con la Bertrand Russell Foundation ero molto attivo in sostegno del Vietnam del Nord, per cui seguivo da vicino ogni sviluppo della guerra anche negli Stati Uniti. Che gli anni d'oro fossero passati - ricorda - l'ho capito con il moltiplicarsi con le violenze nelle università. Dopo l'irruzione alla Columbia, dove ho filmato la polizia che picchiava a morte gli studenti, ci sono stati altri due episodi che hanno spazzato via la mia fiducia negli Stati Uniti: gli episodi della Kent University e l'assassinio di Bob Kennedy. Il giorno in cui è stato ucciso Martin Luther King mi sono detto "Questa è l'America" e ho smesso di fare film. Ad alimentare amarezza e disillusione, nella prospettiva del cineasta, è la constatazione che da allora le cose non siano affatto cambiate: "Quella americana resta una società completamente orientata alla violenza e al conflitto. Hanno fatto una fortuna con la Seconda Guerra Mondiale e hanno continuato a farla con l'Irak".
Commenti (6)
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