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di Andrea Grieco


Un'occasione mancata che fatica a trovare una sua identità strutturale

Rise - La setta delle tenebre

Una pellicola della Ghost House Pictures riesce sempre a solleticare l’appassionato dell’horror, indipendentemente dalla caratura del prodotto realizzato. Non fa eccezione Rise - La setta delle tenebre, film diretto da Sebastian Gutierrez e più volte posticipato per volere di Sam Raimi, fondatore insieme a Rob Tapert della casa che, nel proprio statuto, si è posta l’arduo obiettivo di ammodernare il genere. Nelle intenzioni del director di Spiderman infatti, il film avrebbe dovuto rappresentare l’avanguardia di una nuova concezione nel modo di girare e concepire storie terrorizzanti, ciò ha pertanto condotto il regista/produttore a intervenire più volte sullo script e il montaggio del film, fino a quando non si è detto soddisfatto del risultato ottenuto.
Purtoppo, a conti fatti e a visione conclusa, si fatica non poco a capire dove sarebbe da rintracciare cotanta originalità. Forse che la storia della conturbante giornalista Sadie Black, che indagando le sottoculture giovanili più oscure ed eversive si ritrova suo malgrado a essere vampirizzata da una malassortita congrega di succhiasangue, non decidendosi mai su quali territori e indicatori narrativi puntare dovrebbe rappresentare l’ennesimo, ormai anacronistico e sterile concept-movie surmoderno? O che una raffica di insert ai limiti del subliminale, un timido tentativo di complicare l’intreccio e un finale aperto come ulteriore, inutile orpello debbano costituire le nuove frontiere del “racconto imperfetto”? In realtà Gutierrez, autore che paradossalmente aveva dato prova di una malsana e corroborante cattiveria nella sua opera straight to video Lei, la creatura, qui tradisce l’incapacità di risolvere nodi e passaggi espositivi, affossando tutto, alternativamente, in un ritmo mortalmente televisivo o in una gragnola roboante d’inquadrature, disvelando la sua natura da shooter.
Una Lucy Liu in versione poco glamour in una scena del filmProbabilmente i continui ripensamenti tecnico-formali sono stati più verosimilmente tentativi per arginare la farraginosità di una sceneggiatura che per inconsistenza sfiora l’illogicità e i cui dialoghi, che vorrebbero essere enfatici e suggestivi, rasentano il ridicolo. Il film risulta quindi schizofrenico, incapace di trovare una propria identità strutturale e un suo confine d’appartenenza: viene distribuito come un horror, ma il plot è quello del classico thriller; in un primo, veloce scambio di battute sembra che voglia dichiararsi un exploitation, con addirittura timidi accenni di torture porn, ma di sangue ne scorre poco e di sesso neppure a parlarne, senza considerare che un genuino film di sfuttamento difficilmente può contare sui considerevoli capitali messi a disposizione dalla Ghost House.
Del rape&revenge movie inoltre, la pellicola rispetta il codice narrativo, ma lo epura dall’estetica rozza e dalla brutale rappresentazione grafica della violenza, nonostante gli azzardi compiuti dagli aedi dello splat-pack (termine con cui si indica l’ondata di nuovi registi dediti all’horror più estremo e di cui fanno parte autori come Eli Roth, Rob Zombie, Alexander Aja e Neil Marshall), e si accontenta di virare verso un action ipocinetico che lascia fuori campo gli scempi causati da lame, dardi e canini.
La setta delle tenebre è l’ennesima riprova che l’horror, quello spiazzante e disturbante, attinge dagli umori ferini e magmatici del tessuto sociale, ed è il genere più refrattario che ci sia alla programmaticità consumistica dello schermo, checché ne pensino critici e spettatori dell’ultima ora; e non basta il cameo del reverendo della Chiesa di Satana, Marilyn Manson, a conferire perturbanza a una pellicola che vorrebbe essere in odore di zolfo.
Resta ancora da considerare l’altra grande occasione persa: la mancata valorizzazione e l’inadeguata definizione del personaggio interpretato dal corpo alieno e diafano di Lucy Liu, che smessi i panni dell’angelo di Charlie, e quelli della vendicativa O-Ren Ishii, avrebbe potuto donarci una figura vampiresca davvero inquietante, e capace di sostenere da sola l’intera armatura del film. Ne è la riprova l’unica vera sequenza meritevole di attenzione, riguardante i momenti in cui Sadie, presa coscienza di essere ormai una non morta, e vinta dal bisogno di nutrirsi, si abbandona al disfacimento più totale. Dopo aver dilaniato un reietto in un impeto di depravata perdizione, il tutto contraddistinto dall’unico guizzo di coerenza estetica della fotografia che s’imbratta e impasta col sangue dell’orrendo banchetto, la vampira dai tratti orientali cade in depressione e decide di suicidarsi; un balzo e la visione avrebbe potuto concludersi con quell’ultimo primo piano del volto di Lucy, sprofondando e dissolvendosi nei sui occhi neri e profondi come l’abisso.

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