La rappresentazione mediatica della violenza "ricucinata" appositamente per chi della violenza ha fatto il suo oggetto di consumo prediletto

Come prima, più di prima. Ovvero: lo strano caso di Michael Haneke. Regista in grado di copiare se stesso e arrivare a superarsi con le sue mani. Campione di rigore e cinematografia, distante anni luce dai canoni spettacolari hollywoodiani, il maestro austriaco de
La pianista e
Caché stupisce con un paradosso di celluloide: rifare uno dei suoi più grandi lavori, riuscendo in una fotocopia a tratti migliore dell’originale.
La storia è sempre quella della famigliola borghese, presa in ostaggio nella sua casa di vacanza da due rampolli bene, che su di loro sfogano noia e frustrazioni. Intento dichiarato: sdoganare il prodotto autoriale con cui era stato osannato a Cannes nel ’97, per sottoporlo al suo pubblico d’elezione: gli americani. Da qui la scelta (azzeccatissima) di affidare a Naomi Watts e Tim Roth i ruoli che allora furono di Susanne Lothar e del compianto Ulrich Muhe. Ma da qui anche il miracolo di esaltare il monocorde Michael Pitt e soprattutto la perversa logicità dell’intera operazione. Quale destinatario migliore, se non gli Usa, per denunciare la rappresentazione mediatica della violenza?
Atto “politico” a tutto tondo, il
Funny Games versione 2008 parla a chi della violenza ha fatto il suo consumo principe. E lo fa alla Michael Haneke: ricalcando l’originale sequenza per sequenza, scena per scena, in un crescendo sadico e straniante, con cui sembra accanirsi sullo spettatore. Palpabile si aggira sul film lo spettro di
Arancia meccanica: stesso gioco al massacro e stessa sfida alle nostre paure, che prendono allo stomaco, al limite del fastidio. Quasi impossibile distinguere dal film di 11 anni fa: le immagini si sovrappongono in carta carbone, lasciando un tratto vivido e spaesante. Uno schizzo sul piacere voyeuristico che alberga in noi, tanto potente da risultare a tratti insostenibile.
A conferma della sua efficacia, la risposta del pubblico Usa. Che come di fronte ai film sull’Iraq, ha preferito voltarsi dall’altra parte.
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