Il grande fotografo del National Geographic Paul Nicklen ci parla del suo lavoro e del riscaldamento globale
In Italia sei conosciuto come il “fotografo dei ghiacci” per le tue origini. C’é una relazione con la tua passione per i lunghi viaggi, in luoghi lontani e pericolosi?
Io amo fotografare dove nessun’altro lo fa. In questo momento, i poli Nord e Sud hanno bisogno della mia attenzione. Non è un fatto romantico, ma un lavoro in cui spero di dare un contributo, ovvero spingere le persone a riflettere e a cambiare il loro modo di pensare.
Cosa preferisci? Quando sei lì, in un luogo speciale, vivendo esperienza straordinarie o quando mostri le tue immagini e racconti le storie legate ad esse osservando il viso meravigliato ed entusiasta delle persone?
No, i miei viaggi fotografici non devono essere la scusa per parlare di me. Invece riguardano gli argomenti importanti per l’ambiente. Nella lettura del portfolio che tu hai visto (Palazzo delle Esposizioni - Roma, marzo 2008, ndr) ho parlato un po’ della mia esperienza perché voglio che si capisca quanta passione ci vuole nel mio lavoro. Questo perchè credo profondamente in quel che faccio. Inoltre devo riuscire a realizzare delle ottime immagini per far avvicinare la gente alle storie importanti del National Geographic. Una volta scattavo delle buone immagini, ma non pensavo alla storia, finché questo mi ha stancato...
Pensi che sia necessario intraprendere viaggi lontani e duri per avere delle buone fotografie?
È una questione difficile perché ciascun fatto, ciascun luogo o soggetto sono differenti. Per me i luoghi oggetto del mio studio sono assai lontani e non posso certo andarci per una sola settimana. In più il tempo può essere difficile per intere settimane quindi i miei viaggi durano tante settimane, perciò è necessario disporre di importanti budget.
Quando una fotografia è riuscita? Oppure, chi è un bravo fotografo? Dacci un tuo parere personale.
I miei preferiti sono Jim Brandenburg, David Doubilet e Flip Nicklin. Invece una delle immagini che in assoluto preferisco è di Flip e mostra un gruppo di capodogli durante il corteggiamento.
Sappiamo che alcuni tipi di reportage non possono esistere se non con grandi finanziamenti. Come fanno i fotografi ad accedervi? Tu come fai?
Questa è la parte più dura del mio lavoro. È un vero peccato che non tutti i fotografi abbiano i soldi necessari. L’equipaggiamento e il viaggio sono le cose più costose e sono fortunato a lavorare con il National Geographic da cui ricevo il supporto di cui ho bisogno. C’è la necessità di impegnarsi nel proprio lavoro. E tante persone invece di spendere soldi nell’ultimo modello di fotocamera farebbero meglio a investire gli stessi soldi in viaggi.
Qual è il posto migliore per vivere? Non parlarmi dell’Italia perché ultimamente molti italiani si lamentano del loro paese.
Dove riesci a sentirti più a tuo agio. Se ami l’Italia è giusto che tu viva lì. Io vivo nelle remote montagne del freddo Nord perché a me piace così, ma non tutti farebbero la mia scelta. Nella vita, come nella fotografia e nell’amore dobbiamo soltanto seguire i nostri sentimenti.
Tutti restano colpiti dalle tue fotografie e dai tuoi workshop. Le stesse persone poi tornano a casa, magari con il loro SUV, si fanno un gran bagno e praticano una vita poco “sostenibile”, come si dice oggi. È difficile durante i tuoi sforzi fare i conti con tutte le persone che ignorano il problema ecologico?
Ottima domanda. Sì, questa è la parte più dura della mia opera. È abbastanza facile intrattenere un pubblico, ma è ben più difficile renderle consapevoli e convincerle a cambiare il loro modo di vivere. Posso soltanto continuare a tentare. Tutto sommato, sto soltanto dando alla gente degli avvertimenti riguardo agli effetti futuri del riscaldamento globale. Presto nessuno più avrà da scegliere se cambiare la propria vita, specialmente negli Stati Uniti... I primi effetti riguardo tutti quei centri abitati dislocati sulle coste e rappresenta soltanto l’inizio.
Il sito di Paul Nicklen
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