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di Andrea Grieco


Dopo Master of Horror, una serie televisiva in tredici episodi per presentarci la paura in persona

Fear Itself

Corroborato dai fasti delle due stagioni dei Master of Horror, Mike Garris prova a bissare il successo e a far scorrere ancora un brivido lungo la schiena del pubblico televisivo con la nuova serie da lui concepita, Fear Itself. Garris, che nel ruolo di metteur en scène ha sempre dimostrato la sua mediocrità - con buona pace di Stephen King che si ostina a considerarlo il migliore traspositore cinematografico delle sue pagine - si è riscoperto come abile e oculato produttore, e con l’ausilio della Lionsgate concretizza questo suo ultimo progetto, attualmente programmato negli Stati Uniti dal network NBC.
Se si escludono la durata media inferiore e una sigla di testa molto più cool e magrittiana che parte dopo i primi quattro minuti di incipit, atti a costruire i presupposti e l’atmosfera della storia narrata, la formula adottata per i tredici episodi previsti non differisce di molto da quella dei loro fortunati predecessori: un regista più o meno acclamato per ciascuno short, impegnato a rendere credibili ed efficaci sceneggiature fin troppo esili, interpretate da cast attorici composti da vecchi figuranti in declino o nuove star para-televisive.
I risultati finali sono ovviamente diseguali, ma dopo la visione dei primi otto episodi andati già in onda oltreoceano si può cominciare a tirare le somme, a dire il vero non troppo lusinghiere. L’operazione Fear Itself infatti, appare nel complesso decisamente meno riuscita rispetto a quella di Master of Horror, e questo non tanto per il più basso tasso emoglobinico o le firme meno altisonanti dei director coinvolti, bensì per la quasi completa mancanza di considerazione degli stessi nel concepire il mezzo casalingo come potenziale spazio di riflessione, quando non addirittura un mezzo per la manifestazione di un’originalità stilistica.
SacrificeManca quel coraggio di osare che hanno mostrato di avere i “maestri”; manca la visione asfittica e terrificante di un Carpenter, o l’eccesso grandguignolesco di Argento e Miike, e ci si accontenta di una rappresentazione scialba e posticcia di situazioni che vorrebbero essere quantomeno pretesto per un sobbalzo e che in realtà falliscono miseramente nell’intento. E se al timone degli episodi più catastrofici vi sono proprio quei registi che negli ultimi anni si sono conquistati credenziali nei cuori dei producers hollywoodiani solo per essere riusciti a infilare una serie clamorosa di successi al box office, Fear Itself è, di conseguenza, termometro per la valutazione dell’attuale stato di salute di un certo cinema di genere horror.
Dell’inettitudine creativa di Garris si è già detto, eppure quest’ultimo non desiste dallo scrivere la sceneggiatura di Sacrifice, diretto senza particolare verve da Breck Eisner; e nel seguire le gesta di quattro furfanti che trovano rifugio in una magione sperduta tra le nevi, abitata da due avvenenti fanciulle che custodiscono un vetusto vampiro transilvano, si svelano in men che non si dica tutte le carte, rendendo il gioco tremendamente tedioso. Deludente anche la prova di Brad Anderson, che nel cercare col suo Spooked di trasmettere l’angoscia che si origina da una mente scovolta, come gli era ottimamente riuscito nei suoi Session 9 e L’uomo senza sonno, sfiora il ridicolo orchestrando con la superficialità di uno shooter le vicende di un ex poliziotto in lotta con i propri fantasmi. Stessi difetti si riscontrano in New Year's Day di Darren Bousman, che nell’inscenare per l’ennesima volta un mondo infestato dagli zombi sciorina tutti gli artifici offerti da un montaggio nervoso, nel tentativo di colmare così il vuoto che sostanzia la storia, o quantomeno di stordire lo spettatore, nella speranza che non si accorga di assistere ad un’altra baracconata messa su dall’artefice di tre capitoli della saga Saw.
Family ManMeno peggio sembra essere Family Man di Ronny Yu, che comunque avrebbe avuto bisogno di una maggior durata per poter meglio sviluppare i presupposti di un’interessante storia di trasmigrazione di identità in punto di morte tra un mansueto capofamiglia e uno spietato assassino. Al regista di cult come La sposa di Chucky e Freddy vs Jason viene meno il piglio goliardico che lo caratterizza e ha così modo di dimostrare di gestire la suspense, ma poi è costretto a chiudere in fretta e tutto svapora, senza lasciare traccia. Anche il veterano John Landis realizza un episodio risolto a metà, In Sickness and in Health: alla vigilia delle nozze alla giovane sposa viene recapitato un oscuro biglietto col quale la si mette in guardia sul futuro marito, possibile serial killer. Lo script di Victor Salva, autore di Jeepers Creepers, sembra essere concepito appositamente per consentire a Landis di basculare tra commedia e horror, ma al papà dei Blues Brothers l’amalgama non riesce più tanto bene dai tempi di Amore all’ultimo morso; in compenso manifesta una ricercatezza inusuale nella scelta dell’angolo di ripresa e sembra più che mai a suo agio nel creare sequenze ad alta tensione.
A confezionare un sobrio e composto episodio, ma comunque non esaltante, è Mary Harron che con Community sembra commistionare suggestioni provenienti dagli ultimi romanzi di Ballard e atmosfere alla Twilight Zone. Una giovane coppia è in cerca di un appartamento tranquillo e romantico, ma la realizzazione del loro sogno si tramuta in incubo quando scoprono che il quartiere scelto è gestito dai suoi abitanti in regime di controllo assoluto, e per chi cerca di liberarsene vi sono atroci conseguenze.
Fortunatamente Fear Itself offre anche qualche sorpresa e il plauso lo merita Stuart Gordon, che con Eater dimostra ancora una volta che l’out(eur)sider è in stato di grazia e non sbaglia un colpo, approfittando anche di quest’occasione per tessere un capitolo della sua inquietante e squallida rappresentazione dell’homo metropolitanus. Claustrofobicamente ambientato in un distretto di polizia, l’episodio vede una giovane agente sorvegliare un assassino dedito al cannibalismo e allo sciamanesimo, letteralmente indistruttibile. Sporco e insidioso come si conviene, Eater è anche uno specchio spietato delle idiosincrasie maschiliste, che Gordon mette alla berlina mentre si diverte a mietere il terrore in ogni singola inquadratura.
Standing ovation merita però Skin & Bones di Larry Fessenden, che riprende l’idea già alla base del suo più noto e riuscito Wendigo, confezionando un’opera letteralmente agghiacciante. Optando per una rappresentazione dell’orrore meno suggerita rispetto al suo solito, Fessenden narra il ritorno a casa di un uomo rimasto per svariati giorni tra le montagne, dove è stato posseduto da un’entità malefica; non bisognerà attendere molto prima che i familiari che lo credono soltanto ammalato cadano preda di una creatura senza scrupoli, affamata fino all’inverosimile. Ha un respiro classico il film di Fessenden ed è maleodorante e insostenibile, peccato che il regista non abbia mai avuto normale distribuzione in Italia, ma attesissimo nelle nostre sale è l’imminente The Last Winter, di sicuro una visione che può affrancarci da tanta melassa propinataci dal piccolo e grande schermo.





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