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di Ilario Pieri


Un viaggio che ripercorre le varie trasposizioni del Joker, dalla serie camp degli anni Sessanta, alla complessa interpretazione di Heath Ledger

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“Perché sei così serio?” domanda a tutte le sue vittime il Joker interpretato da Heath Ledger. Apparire seri in situazioni a dir poco cariche di tensione è il minimo che si possa fare; tuttavia nella mente contorta di un così acuto criminale il mondo è un po’ alla rovescia, e allora l’umorismo può anche fare i conti con il suo inevitabile paradosso o “sentimento del contrario” come insegna Luigi Pirandello. La seriosità, pertanto, si scontra con il suo esatto opposto (l’ironia) e nella fattispecie, analizzando questo variopinto villain, con il sorriso, la risata, il riso.
Quando Bob Kane e Bill Finger idearono il personaggio del pagliaccio omicida, infatti, trassero ispirazione dalla grande letteratura europea dell’ottocento (L’uomo che ride di Victor Hugo) e ancora di più dalla ‘maschera indossata da Conrad Veidt nel film omonimo diretto da Paul Leni. La storia del romanzo narra di un bambino abbandonato che con il passare degli anni, prostrato dinanzi al dolore della vita e agli orrori della società, conserva sul volto una malformazione simile a un perenne sorriso, proprio come accadrà al folle buffone in un’altra forma di letteratura (il fumetto) negli anni quaranta. Hugo creò una figura da brivido, un uomo infelice costretto a portare un indelebile sorriso sul volto; ai giorni nostri si potrebbe pensare all’icona circense del clown o più in genere del comico, dall’anima duplice come le Due Facce di un altro noto antagonista del crepuscolare paladino di Gotham City.
Il primo Joker sullo schermo (piccolo, per il momento) fu Cesar Romero, classe 1907, newyorchese di origini cubane, mattatore d’eccezione della serie TV creata e prodotta da William Dozier per la ABC negli anni Sessanta. Romero si diverte e a mettere i panni dell’isterico pagliaccio e, a un ghigno formidabile, unisce una teatralità di marca quasi slapstick. Con i baffi ben in vista malgrado le colate di cerone bianco per simularne la visibilità, il suo è un Joker buffo, a tratti ridicolo con indosso un costume non proprio in linea con le idee originali (i colori sgargianti viola, arancione e verde), pronto a incassare sberle a più non posso dal suo odiato rivale Batman a suon di onomatopee, tanto care alla logica dei comics.
Uscito di scena Romero, il personaggio viene affidato a Jack Nicholson il quale lo trasforma in un vero teatrante. Con un fisico non proprio slanciato e un inguaribile gusto per l’arte distruttiva, quella dell’attore di Neptune è una performance dura a morire. Seguendo le indicazioni del demiurgo di Burbank, Joker è un freak incapace di amare e con l’animo pieno di astio per una umanità che lo ha reso un mostro. Egli vuole eliminare ogni essere vivente a sua immagine e somiglianza e per far questo mette a frutto le proprie abilità scientifiche nel confezionare prodotti letali. Come suggerisce la ragione di Batman nell’albo a fumetti L’uomo che ride di Ed Brubaker, “Si sarebbe preso la sua personale vendetta verso quelli che lo hanno reso ciò che è” “..tutti muoiono con il sorriso sulle labbra”.
Quando il testimone passa nelle mani di Ledger è troppo tardi per recuperare le radici del ‘cattivo’ e Joker diventa un simbolo, un essere privo di identità, di passato (le sue cicatrici raccontano tutte una storia diversa, come gli spettacoli di un attore dinanzi a un pubblico sempre differente). Si cita il capolavoro di Alan Moore e Frank Bolland The Killing Joke, ma il risultato sconfina in uno scontro fra opposti, come appunto si diceva tra il serio e il faceto. Joker, un terrorista generatore di disordine, ha bisogno di Batman perché senza di lui non esisterebbe; una logica simile la si ritrova in Unbreakble di Micheal N. Shyamalan. L’ultimo Joker è posseduto dal caos anche per come appare sullo schermo: un look non troppo dissimile da una certa punk London di Sid Vicious e soci, un trucco steso con nevrotica fretta sul volto, molto vicino a certi riti tribali, e una furia istintiva colma di folle violenza. Joker in effetti in The Dark Knight di Christopher Nolan perde tutti i connotati ‘fantastici e visionari’ degli esordi a scapito di una dimensione fortemente realistica. Vengono meno persino certi infernali gingilli e scherzi da carnevale, come la pistola con la bandierina bang (più volte esibita nelle nuvole parlanti) o l’aggeggio capace di creare una stretta di mano con scossa (si ricordi ancora la deliziosa sequenza in Batman).
È ancora questione di opposti dunque, di bene e male, di luci e ombre, di gioia e tristezza, ma i confini sono così ambigui, sottili, vicini che spesso verrebbe la voglia di rispondere così alla domanda del Joker: sono serio perché non c’è niente da ridere.

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