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  • The Orphanage
di Andrea Grieco


Un ghost movie che sconfina nel meló. Dramma psicologico e schizofrenico che potrebbe diventare un classico

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Guillermo Del Toro si è andato conquistando un posto di rilievo nell’empireo dei cantori visionari, e dopo il successo di critica e pubblico ottenuto dalle sue ultime opere, è lanciatissimo e può concedersi progetti ambiziosi, come la futura e attesissima trasposizione del tolkieniano Hobbit, e contemporaneamente dedicarsi alla produzione di film altrui che indaghino i meandri oscuri del fantastico. Grazie all’apporto del regista messicano trova modo di esordire Juan Antonio Bayona, che col suo El Orfanato ha firmato uno dei più clamorosi successi ai botteghini della storia del cinema iberico, conquistandosi anche la candidatura agli Oscar come miglior film straniero. Credenziali di tutto rispetto che, insieme agli entusiasmanti ed efferati eccessi francesi (À l’intérieur di Alexandre Bustillo e Julien Maury, e Martyrs di Pascal Laugier), dimostrano la vitalità dell’horror di matrice europea, capace di contendere coi bloockbusters hollywoodiani in quanto a rappresentazione del disturbante, spesso strizzando l’occhio al bis nostrano che oggi, invece, latita per l’ormai congenito scetticismo nei confronti delle potenzialità estetiche del cinema di genere che contraddistingue i metteur en scéne italiani. Al contrario, i cineasti d’oltralpe e quelli spagnoli dimostrano scaltrezza nel mutuare la componente meramente spettacolare dello sterotipico mainstream, e al contempo lo ibridano e superano attingendo ad un coté culturale ctonio; e nell’applicazione postmoderna del retorico procedimento dell’imitatio, riescono persino a incidere il derma del modello di riferimento lasciandovi indelebili segni di originalità.
Così il programmatico appeal con cui Bayona confeziona la sua opera prima può comparire inizialmente fastidioso, dando l’impressione di volersi rifare ad un humus immaginifico insterilitosi per l’ampio sfruttamento, e trasformatosi in maniera nelle mani di conterranei autori come Amenábar e Balagueró, per poi accorgersi di essere depistati da un plot, che per molte situazioni può ricordare The Dark di John Fawcett, con la tendenza a virare sempre più verso il meló, e protendere per scelte espressive che, se non risultano coraggiose o innovative, almeno si armonizzano con le variazioni di timbro di una storia sfaccettata.
El Orfanato, nel narrare di Laura, donna che decide di trasferirsi con il marito e il figlio Simon nell’abitazione che in passato ospitava l’orfanotrofio in cui è cresciuta, e che decide di adibire a luogo di accoglienza per bambini disabili, si dipana come un classico, sinuoso ghost-movie dal momento in cui la protagonista si accorge delle inquietanti presenze che infestano la magione. E su questo binario sembra voler viaggiare il film di Bayona, se non fosse che dalla scomparsa repentina di Simon si avvia una detection paranormale, la quale anziché procedere per svelamenti trascina la protagonista in un opalescente confronto con la propria psiche, e irretisce lo spettatore per la carica emotiva che, schizofrenicamente, si dipana tra gli assalti di una serpeggiante tensione e di un languore struggente. Merito anche della splendida interpretazione di una Belén Rueda che incarna alla perfezione il dolore di una madre che non si rassegna alla perdita del proprio figlio, e proseguendo la visione si ha come l’impressione che con il susseguirsi delle inquadrature la sostanza fisica dell’attrice subisca un inesorabile deterioramento, che le scava il volto e ne mina il corpo. Soltanto la completa ‘fantasmizzazione’ di sé consentirà a Laura di entrare in contatto con il mondo ultraterreno e procedere nella disperata ricerca, che una regia sapiente e accurata riuscirà fino in fondo a sospendere e confondere tra deriva mentale e natura medianica.
Bayona è in grado di costruire una vicenda orrorifica esentandosi dal facile utilizzo di amplificazioni da sobbalzo, preferendovi un tappeto sonoro fatto di suggestioni e suggerimenti sibillini; e il giovane regista rifiuta sia l’accensione coloristica che caretterizza le pellicole del proprio pigmalione, sia l’obsoleta, piatta ombrosità che regna sovrana nella pletora indistinta di horror contemporanei, optando per una fotografia che contempla l’intera tavolozza cromatica, amalgamando in maniera magistrale il cinereo dell’infamia al pastello del ricordo, senza sbavature o eccessi.
Un afflato suadente e sconcertante attraversa El Orfanato, fiaba moderna che non teme di svelare le sue ascendenze narrative, dal Pollicino di Perrault al Peter Pan di Sir James Matthew Barrie, che però sovverte aggiornando la materia alla natura e alla sensibilità dell’odierno fruitore, sempre meno propenso a lasciarsi ammaliare dall’imperscrutabile celato nella forza dell’invenzione e pertanto imbrigliato nei limiti del proprio corpo.

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