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  • Tropic Thunder
di Federica Aliano


Stiller, Black e Downey: se ti giochi tre carte così, è difficile perdere la partita. O la battaglia nella giungla

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Ammettiamolo: Ben Stiller ha dovuto aspettare sette anni per riprodurre la comicità in stile Zoolander e non ci è riuscito del tutto. Il gioiellino che partorì nel 2001 non è equiparabile a questo Tropic Thunder, che pure cerca di ricreare quella comicità ironica e surreale, tipica di una parodia affettuosa. Ma quel che è certo è che anche questa pellicola possiede quello stesso sguardo lucido e sarcastico, quella serie di battute a raffica, smorfie, atteggiamenti e un approccio alla soda caustica che è tipico del miglior Stiller sceneggiatore.
Divertente, dissacratorio, grottesco, Tropic Thunder si avventa questa volta sulle maxi produzioni hollywoodiane di film d’azione, prendendo in giro i training che vogliono gli attori calati in situazioni reali, fisarmoniche che si allargano e si restringono con il cambiamento di peso, camaleonti che mutano colore dei capelli e degli occhi (qui si arriva alla pigmentazione della pelle), si imbottisocno di ormoni e cortisone per avere i peli sul petto e imparano a sparare, scalare pareti di roccia, fare lotta a mani nude e chi più ne ha più ne metta, in nome della frase da inserire nei pressbook “Non ho voluto la controfigura”.
L’idea di affiancarsi due attori a dir poco straordinari come Robert Downey Jr. e Jack Black ha messo Stiller di fronte a non pochi rischi: con un cast così c’è una forte probabilità di rubarsi la scena a vicenda. E difatti quello che ne esce meno bene è la bomba a orologeria Black, confinato qui in siparietti da giullare, come sempre umorali e macchiettistici. Invece Robert Downey, reduce dal finalmente meritato successo grazie a Iron Man, è a dir poco magnifico; peccato perdere, con la traduzione italiana, il gioco di accenti che l’attore era stato capace di fare, tra australiano e afroamericano goffamente imitato.
In mezzo a una giungla con bambini combattenti cattivissimi (l’esordiente Brandon Soo Hoo è da tenere d’occhio), scrittori falliti che si spacciano per avventurieri e il nugolo di star che (come già per Zoolander) hanno accettato di interpretare se stessi per pura amicizia con Ben, due nomi in fondo al cast escono fuori: quello di Matthew McConaughey, agente fanfarone e tutto chiacchiere, fissato con il TiVo ed eroe suo malgrado, ma soprattutto Tom Cruise, nei panni kitsh del produttore trombone Les Grossman, peloso, pancione e arrogante. Le scene in cui balla al ritmo di hip-hop e black music sono le più esilaranti, che ti fanno chiedere come può un attore così rimbambirsi e rendersi più volte pubblicamente ridicolo (salviamo Tom!).
Un’ultima nota: Stiller che si fa beffe degli attori che interpretano persone con disagi o ritardi (non le persone stesse, ma le loro pretenziose e grottesche, nonché facilone e riduttive, interpretazioni) è a dir poco strepitoso. Le polemiche americane sull’argomento ci sembra lascino il tempo che trovano...







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