Stiller, Black e Downey: se ti giochi tre carte così, è difficile perdere la partita. O la battaglia nella giungla
Ammettiamolo: Ben Stiller ha dovuto aspettare sette anni per riprodurre la comicità in stile Zoolander e non ci è riuscito del tutto. Il gioiellino che partorì nel 2001 non è equiparabile a questo Tropic Thunder, che pure cerca di ricreare quella comicità ironica e surreale, tipica di una parodia affettuosa. Ma quel che è certo è che anche questa pellicola possiede quello stesso sguardo lucido e sarcastico, quella serie di battute a raffica, smorfie, atteggiamenti e un approccio alla soda caustica che è tipico del miglior Stiller sceneggiatore.
Divertente, dissacratorio, grottesco, Tropic Thunder si avventa questa volta sulle maxi produzioni hollywoodiane di film d’azione, prendendo in giro i training che vogliono gli attori calati in situazioni reali, fisarmoniche che si allargano e si restringono con il cambiamento di peso, camaleonti che mutano colore dei capelli e degli occhi (qui si arriva alla pigmentazione della pelle), si imbottisocno di ormoni e cortisone per avere i peli sul petto e imparano a sparare, scalare pareti di roccia, fare lotta a mani nude e chi più ne ha più ne metta, in nome della frase da inserire nei pressbook “Non ho voluto la controfigura”.
L’idea di affiancarsi due attori a dir poco straordinari come Robert Downey Jr. e Jack Black ha messo Stiller di fronte a non pochi rischi: con un cast così c’è una forte probabilità di rubarsi la scena a vicenda. E difatti quello che ne esce meno bene è la bomba a orologeria Black, confinato qui in siparietti da giullare, come sempre umorali e macchiettistici. Invece Robert Downey, reduce dal finalmente meritato successo grazie a Iron Man, è a dir poco magnifico; peccato perdere, con la traduzione italiana, il gioco di accenti che l’attore era stato capace di fare, tra australiano e afroamericano goffamente imitato.
In mezzo a una giungla con bambini combattenti cattivissimi (l’esordiente Brandon Soo Hoo è da tenere d’occhio), scrittori falliti che si spacciano per avventurieri e il nugolo di star che (come già per Zoolander) hanno accettato di interpretare se stessi per pura amicizia con Ben, due nomi in fondo al cast escono fuori: quello di Matthew McConaughey, agente fanfarone e tutto chiacchiere, fissato con il TiVo ed eroe suo malgrado, ma soprattutto Tom Cruise, nei panni kitsh del produttore trombone Les Grossman, peloso, pancione e arrogante. Le scene in cui balla al ritmo di hip-hop e black music sono le più esilaranti, che ti fanno chiedere come può un attore così rimbambirsi e rendersi più volte pubblicamente ridicolo (salviamo Tom!).
Un’ultima nota: Stiller che si fa beffe degli attori che interpretano persone con disagi o ritardi (non le persone stesse, ma le loro pretenziose e grottesche, nonché facilone e riduttive, interpretazioni) è a dir poco strepitoso. Le polemiche americane sull’argomento ci sembra lascino il tempo che trovano...
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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