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  • Southland Tales
di Ilario Pieri


Il regista di Donnie Darko ci riprova, ma stavolta il film è presuntuoso per davvero. E la critica spocchiosa non c'entra.

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Qualcuno ricorda Donnie Darko? Sì, quella stramba storia di uomini e conigli, legata come filo conduttore tanto al romanzo animalesco di Richard Adams, quanto alle ardite traiettorie labirintiche dell’incisore olandese Escher? Quel brioso filmone, salito agli onori della cronaca grazie al passaparola della rete, nella quale giovani appassionati notarono caratteristiche non comuni, alla faccia della miope critica che invece lo aveva clamorosamente prima snobbato e poi inserito nelle migliori cento pellicole di sempre? Bene, il trentenne dietro la macchina da presa, con lo sguardo assai acuto e intelligente, ha tirato fuori dal suo armadio delle meraviglie un nuovo libro sulla fine del mondo, e non a caso il film si apre con una spettacolare esplosione.
Voler cercare a tutti i costi una trama in questo nuovo delirio (stavolta sì, frutto di smisurata presunzione) è quasi impossibile: il genere non esiste poiché il racconto principale si struttura di altrettanti sottogruppi nelle quali sono presenti alterne vicende. Southland Tales è sci-fi con la rilettura di un universo agli sgoccioli inesorabilmente destinato a finire in mille pezzi come una bomba (o più propriamente come il Big Bang che per ironia della sorte l’universo lo ha generato), ma è anche una satira molto ambigua su tutte quelle cose che (a detta del regista) hanno finito per ledere i nervi della Terra: dissennata politica, violenza e sesso. Kelly mette tanta di quella carne al fuoco da ridurre in cenere le gustose portate del suo originalissimo barbecue: gioca con le opposte fazioni (i neo-marxisti e gli iper-conservatori), introduce i viaggi nel tempo con personaggi in preda ad amnesia e allestisce una rocambolesca girandola di situazioni al limite del camp.
L’opera, dalla durata poco inferiore alle tre ore, rimaneggiata diverse volte prima di essere messa sul mercato, si nutre della fantasia sconfinata del suo autore, ma anche del suo irrefrenabile ego e finisce per non avere sapore alcuno. Come per Donnie Darko, Kelly cede alle tentazioni del musical mandando in scena uno sfigurato Justin Timberlake contornato da splendide pupe agghindate come Marylin Monroe in una sala giochi deserta sulle note di un brano dei The Killers.
Nei contenuti speciali del dvd l’autore confessa di aver portato all’estremo tutti gli elementi presenti nel film (e si vede) e di aver voluto tentare un affresco di feroce satira nei confronti del presente, guardando al futuro. Bizzarra anche la scelta di attori e presunti tali: The Rock (ora potrà anche chiamarsi Dwayne Johnson, ma il prodotto non cambia) ha la stessa espressività di Quelo, il feticcio adorato dalla maschera del santone interpretato da Corrado Guzzanti, Sarah Michelle Gellar si muove sinuosamente mettendo i panni della porno star inserita in una sorta di processo educativo in chiave reality per le nuove generazioni, Sean William Scott si affanna per capire quale comportamento tenere in un lungometraggio indecifrabile. Si salva solo una sempre funzionale Miranda Richardson, adorabile strega di un impero capitalista.
Bella anche la colonna sonora che punta a confondere come tante traiettorie musicali il filone classico di Ravel e Wagner con il rock dei Muse e dei Radiohead.
Per concludere, l’opera si nutre di alcune minacce tipiche della fantascienza più moderna per tentare di offrire allo spettatore un sermone sul pericolo di un collasso irrimediabile. Vengono meno però il pathos, l’emozionalità (traviata dall’abuso del digitale), il fascino perverso di un lungometraggio che forse - come ha scritto qualcuno - sarà rivalutato in futuro, come per la pellicola precedente.
In attesa di vedere il regista alle prese con un progetto più “ordinario” (l’atteso The Box tratto da un episodio delle serie mai troppo dimenticata The Twilight Zone), il pubblico si può solo augurare che la razza umana non si riduca così.

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