Una conversazione con una delle figure più incisive dell'arte contemporanea italiana. Dast: dai fumetti ai giocattoli d'autore

L’associazione Infart, costituita da un collettivo di artisti di Bassano del Grappa, ha reso per le intere giornate del 6 e 7 settembre il centro storico del Comune veneto un open space dedicato alle manifestazioni più disparate della Street Art. Mura perimetrali, strade e piazze si sono trasformate in location ideali per performance ed esposizioni di tele di circa ottanta artisti provenienti da tutta l’Europa, chiamati a dare ragione dei diversi stili e delle diverse tecniche di esecuzione contemplate dal graffitismo urbano. A dimostrazione dell’ecletticità di questa forma d’arte, l’evento consta di una particolare area espositiva allestita in collaborazione con Atom Plastic presso il Museo Civico e denominata
Hello, my names is Señor Blanco; qui sarà possibile ammirare sino al 5 ottobre le customizzazioni, effettuate da autori provenienti dall’ambito della grafica, del fumetto e dell’illustrazione, del primo modello toy di concezione italiana, Señor Blanco. La mostra diventa l’occasione per osservare le ultime produzioni di Dast, di sicuro tra le figure più incisive, nonché schive del panorama espressivo contemporaneo. Dalla frequentazione con l’arte sequenziale più estrema alle gallerie più rappresentative di movimenti tellurici come il pop e new surrealism, fino all’amore per i giocattoli d’autore, Dast si è sempre contraddistinto come agitatore immaginifico, pertanto diventa oltremodo corroborante il confronto con una voce acuta e schietta come la sua.
Il tuo stile è in continua evoluzione, contraddistinto com’è da una ricerca instancabile sia di forme che di supporti, ed è affascinante seguire il complesso percorso che stai compiendo. Possiamo cominciare parlando di quando iniziasti a cimentarti col fumetto?
Ti stai riferendo a un tempo molto remoto. Avevo tra i 19 e i 20 anni, frequentavo l’Accademia di belle arti ed ero disgustato da tutti gli spocchiosi che con il loro lavoro clonavano concetti e forme che dal mio punto di vista erano ormai superate. Per quanto mi riguarda infatti, in tutte le sue manifestazioni l’arte deve innazitutto occuparsi della comunicazione e poi, solo successivamente e non obbligatoriamente, della vendita. Invece va denunciato che per la maggioranza degli operatori del mondo dell’arte sembra quasi un imperativo quello di essere ignoranti in materia e poco curiosi, e ciò che più importa loro è quanto possono guadagnare speculando sulla sensibilità altrui. Ovviamente di questi non fanno parte coloro, ad esempio, che allestiscono mostre con me e l’amico Stefano Zattera, e che reputo gli illuminati del campo. Tornando alla domanda iniziale, in quel periodo mi sentivo molto abbattuto, sino a quando in edicola scoprii
Frigidaire e
Alter Alter. All’interno di quei due contenitori ho visto un mondo. Qualcuno comunicava attraverso le immagini e sembrava fottersene delle gallerie, dei critici, dell’arte e dell’opinione pubblica. Il fatto di realizzare dei fumetti ti poteva svincolare da tutto questo. Così, assieme a Zattera, ho iniziato a credere nel grosso potere della carta stampata, e a tutt’oggi non ho cambiato idea in merito, pur avendo cambiato le modalità d’azione.
Di frequente il tuo nome viene accostato a quello di Stefano Zattera, e anche gli spazi espositivi che ospitano le tue opere di sovente hanno accostato i vostri lavori. Cosa pensi che sostanzialmente vi accomuni o deffernzi?
Io e Stefano collaboriamo sin dagli albori della nostra avventura artistica. Insieme lavoriamo spesso a progetti comuni, e questo semplicemente è possibile perché condividiamo una visione simile della realta in cui viviamo, che rappresentiamo con stili e modalità differenti. Ciò che apprezzo del lavoro di Zattera sono l’incisività e l’acutezza nel cogliere gli aspetti più crudeli del mondo in cui siamo costretti a vivere.
Con il tempo le tue tavole narrative sono andate facendosi sempre più rare a favore di una febbrile produzione pittorica; quali sono per te le sostanziali differenze tra queste diverse forme espressive?
Le differenze, per quanto mi riguarda, sono principalmente di carattere tecnico. Sicuramente c’è una certa diversità di linguaggio tra fumetto e illustrazione o pittura, ma si tratta solo di una questione relativa ai ritmi della narrazione piuttosto che alla capacità di trasmettere un messaggio attraverso una o più immagini. La vedo un po’ come la differenza tra il romanzo e la poesia.
Che rapporto hai con la scrittura?
Posso affermare di amare molto la lettura, ma anche se in passato ho realizzato i testi per i miei fumetti non ho velleità in merito e penso che, se pure l’arte sequenziale sia da considerarsi un fenomeno letterario, vada comunque inteso secondo parametri specifici.
I tuoi quadri sono stati esposti anche presso la prestigiosa La Luz de Jesus di Los Angeles, da sempre una delle principali realtà promotrici di movimenti come il pop-surrealism e la lowbrow-art; puoi raccontarci di questa esperienza di cui possono fregiarsi pochi autori italiani?
Questa è una domanda difficile, perché il caso ha voluto che tutte le occasioni di un certo rilievo mi siano capitate nei momenti sbagliati. La mia prima personale alla Mondobizzarro è stata inaugurata poco dopo l’11 settembre e si è svolta in un clima di sfacelo generale; la mostra alla Luz è stata l’epilogo di un periodo di lavoro intenso volto alla consegna delle tavole per il complesso progetto Mater Universalis, e in più ero impegnato con un trasloco. Per questi motivi ricordo di essere stato così stressato che dipingevo solo per testardaggine, perennemente in trance, non ho avuto modo di godermi molto quei momenti, anche se il fatto di aver coronato uno dei miei sogni mi dava la forza di portare a termine quanto facevo. Già solo per questo mi considero molto fortunato, non capita a tutti che si avverino cose tanto ambite ed eccezionali.
Avrai avuto modo di saggiare l’approccio che in America si ha con l’arte contemporanea; quali sono state le tue impressioni e come è stata accolta la tua produzione?
Già prima della mostra alla Luz avevo avuto modo di collaborare con alcune realtà editoriali americane e devo dire che il mio lavoro è sempre stato accolto molto bene. Credo che oltreoceano ci sia una maggior ricettività in relazione alle diverse forme espressive. Forse lì ci sono meno preconcetti e si è più pronti a discutere e confrontarsi su quello che si propone in ambito creativo. Gli americani, malgrado tutto, hanno ancora la capacità di stupirsi e di stupire.
La tua irrefrenabile vivacità ti ha visto concepire una sorta di alter ego artistico, Franchini: come nasce quest’altro aspetto della tua creatività?
Franchini nasce come omaggio alla vivacità e all’amore per la vita che contraddistingueva mia madre. Franchini era il suo cognome e poiché trovo ingiusto che un figlio non possa avere anche il cognome della madre, ho deciso di appropriarmene per fini artistici. Frank è la parte di me che non vuole affiorare in Dast, per cui ho pensato che non sarebbe stato male affrontare alcuni aspetti del mio carattere in separata sede, ovvero aprire una finestra differente nel mio inconscio. Mi piace pensare che Frank sia solo uno strumento in grado di visualizzare attraverso il colore le forme dell’anima di una grande donna che continua a essere presente nella mia vita in forma aerea.
Uno dei fenomeni arty più eclatanti degli ultimi anni è stato quello caratterizzato dalla customizzazione dei toys, pratica della quale sei stato tra i primi a subire il fascino e a cogliere le potenzialità che essa offre. Puoi spiegarci tale successo e dirci quale futuro prevedi per questo nuovo approccio creativo?
Il futuro dei toys è un’incognita. Personalmente trovo che l’invenzione di questo universo sia una cosa geniale, una ventata di aria fresca nel soffocante mondo della comunicazione. Lo vedo come l’equivalente della pratica del multiplo d’arte tanto in voga negli anni Settanta e Ottanta, con la differenza che il toy è per sua natura meno tronfio e alla portata di tutte la tasche; una sorta di democrazia nell’arte o arte democratica, definitela come meglio credete, ma per me, al momento, il fenomeno dei toys rappresenta una piccola rivoluzione in questo mondo di opportunisti. Per quanto concerne la customizzazzione, ti assicuro che un toy dipinto non dà meno emozioni di una scultura o di un quadro, purché a dipingerlo sia qualcuno che ne capisca l’essenza.
Ciò a cui dai corpo, indipendentemente dal medium utilizzato, è un universo inquietante. Quali sono le pulsioni che ti spingono a esplorare realtà tanto dolorose e disturbanti?
Mi considero un iperrealista dell’inconscio. Le pulsioni che mi muovono sono semplicemente un tentativo di reazione a un ambiente che la mia psiche considera ostile. A disgustarmi sono la realtà, la vita vera, il mondo del lavoro e il fatto che esistano ancora discriminazioni tra classi sociali, così come il fatto che chi è nato in catene è costretto a rimanerci per tutta la vita. L’unica soluzione possibile per conquistarsi un minimo di tranquillità sembra consistere nel denigrarsi e affondare nella merda del falso sogno americano, secondo il quale tutti possono farcela, purché siano disposti ad essere asserviti. Ho conosciuto gente disposta alle cose più umilianti pur di garantirsi un certo favore, ma secondo me è rimasta nella merda lo stesso.
Puoi darci qualche anticipazione dei tuoi prossimi progetti?
L’unica cosa che che ti posso dire è che il solo pensiero che faccio la sera prima di addormentarmi è che l’indomani dovrò ancora affrontare l'ennesima giornata e cercare di sopravvivere; mentre il primo pensiero al mattino è quello di ringraziare i miei genitori per avermi fatto combattente.
Commenti (3)
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ccocoo ha scritto: 2012-05-15 03:17:16
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