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di Alessandro De Simone


Il futuro? Il dolce rumore della vita

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Negli anni Settanta il cinema americano fu fortemente influenzato dalle visioni del futuro che i grandi autori dell'epoca d'oro della fantascienza avevano dell'umanità prossima ventura. Nella maggior parte dei casi si trattava di ipotesi catastrofiste, come quelle del Richard Matheson di "Io sono leggenda", da cui fu tratto 1975:occhi bianchi sulla Terra, o quelle di Harry Harrison in Soylent Green, poi divenuto 2022: i sopravvissuti, per non parlare della saga del Pianeta delle scimmie e, in seguito, dei molti universi nati dalla mente di Philip K. Dick.
Trovarsi oggi di fronte a un film come Children of Men, tratto dall'omonimo romanzo di P.D. James dal quale prende però solo l'impianto di base, lascia piacevolmente impressionati. Prima di tutto per il recupero di un genere di cui sempre più difficilmente riusciamo a godere sul grande schermo e, soprattutto, perché si tratta di un'opera sviluppata con grande intelligenza e intensità.
Londra, anno 2027: il Regno Unito è una dittatura fascista isolata dal resto del mondo, mentre sul pianeta non nasce un bambino da diciotto anni. L'umanità è diventata sterile e sembra che non ci sia modo di trovare una soluzione o di invertire questo processo. Theo Faron è un impiegato statale, ex attivista politico segnato dalla morte del figlio. Passa la sua vita cercando di fuggire dalla realtà che lo circonda, finché nella sua vita non riappare Julian, la sua ex moglie, leader della resistenza, che gli chiede di scortare una giovane immigrata di colore, Kee, verso una barca che la aspetta al largo delle coste inglesi. Ovviamente nessuno ha detto che sarebbe stata una cosa semplice...
Children of Men è senz'altro uno dei film più sorprendenti degli ultimi anni, una sorta di miraggio nel panorama desertico della Science Fiction degli ultimi anni, genere che sembra avere perso quella spinta creativa e spesso visionaria che aveva caratterizzato i decenni precedenti (se escludiamo lo Spielberg di Minority Report e La guerra dei mondi e pochi altri). Alfonso Cuaron dirige con mano insospettabilmente sicura una macchina da cinema emozionante e perfettamente oliata (basti guardare il piano sequenza di otto minuti nella furia della battaglia, un pezzo di bravura da storia del cinema), sorretta da una sceneggiatura di ferro e fotografata in maniera straordinaria da Emmanuel Lubezki, uno dei pochi cinematographer capaci di lavorare al suo massimo con il solo utilizzo della luce naturale. Ottimo tutto il cast, con un Clive Owen magnifico e iperespressivo e piacevolmente consapevole di essere surclassato in bravura da un immenso Michael Caine in versione hippy lennoniana.
Un grande film, ma soprattutto un'opera che costringe a porsi delle domande sul futuro che ci attende. Lo sviluppo narrativo è un paradosso socio-politico basato sulla storia che oggi stiamo vivendo. Basta fare un semplice lista, un oggetto oltretutto da sempre caro ai cinefili. Allora: oltre la metà della popolazione mondiale che vive al di sotto della soglia di povertà. Il circolo polare artico tra venticinque anni avrà le stesse temperature di Milano in primavera. Oggi, 8 settembre 2006, sono in corso ventotto conflitti che hanno fino a questo momento causato la morte di cinque milioni e mezzo di persone. Genova è la città più vecchia d'Italia, demograficamente parlando, e il nostro paese, come la maggior parte dei paesi industrializzati, ha una natalità bassissima, cosa che non avviene per esempi nel continente africano, dove però la mortalità infantile è a livelli spaventosi (i dati precisi li potete trovare su globalgeografia.com).
Insomma, i vent'anni nel futuro di Children of Men sono probabilmente meno fantascientifici quanto possa sembrare, e in questo senso la scelta di Cuaron di creare un futuro molto simile ai giorni nostri è un ulteriore scelta vincente per la riuscita del film, soprattutto perché ci mette di fronte a quel semplice interrogativo che fa di un racconto del futuro una macchina del tempo.
Quando?

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