• Visioni - Cinema - Recensioni
  • 8/Huit/Eight
di Ilario Pieri


Il progetto di otto cineasti per sensibilizzare i potenti del pianeta su temi di scottante attualità

Immagine

Una partita di rugby, una lettera, un ospedale da campo, un barattolo colmo di acqua piovana, una donna libera, un gruppo di giovani sul loro skateboard, una tragica storia di parto, una troupe televisiva. 8 istantanee per 8 paesi diretti da 8 cineasti di fama internazionale: Abderrahmane Sissako (Tiya’s Dream), Gael garcia Bernal (The Letter), Gaspar Noé (Sida), Jane Champion (The Water Diary), Mira Nair (How Can It Be), Gus Van Sant (Mansion on the Hill), Wim Wenders (Person to Person).
8/Huit/Eight nasce come un progetto collettivo, a seguito di un accordo sottoscritto dalle Nazioni Unite nel lontano 2000 con gli Obiettivi di Sviluppo per sensibilizzare i potenti del pianeta nei confronti dei paesi che versano ancora in gravissime condizioni di vita. "Il mio nome è mai più", gridavano Jovanotti, Ligabue e Piero Pelù in una celebre canzone e a quel coro si dovrebbero unire le voci di ogni spettatore, per costringere i governi ad agire nei confronti delle popolazioni più deboli al fine di estirpare l’estrema povertà, combattere l’AIDS, migliorare la salute materna, ridurre la mortalità infantile, garantire l’educazione e l’istruzione primaria, promuovere la parità dei sessi, stabilire una rete mondiale per lo sviluppo.
Difficile narrare la riuscita di un disegno comune dal doppio volto (divulgativo e cinematografico): si potrebbe infatti pensare alla forza ridondante della parola (espressione di sofferenza, dolore, malattia) nel corto di Noé così come nelle scritte sovrimpresse agli skater di Van Sant. Parlando comunque di visioni e immagini, 8 si rivela un progetto ambizioso e, a parte alcune scelte davvero trascurabili, come lo scampolo narrativo tratto da una storia vera di Mira Nair e la leggerezza dell’africano Sissako, l’opera offre spunti interessanti sui quali riflettere. Vibrano le corde dell’anima quando la macchina da presa, ovattata da una morbida fotografia in bianco e nero, mostra la lenta agonia di una sposa bambina (la regia è di Jan Kounen, lo stesso di Doberman e Blueberry... da non credere!); la vivace vena onirica di Jane Champion torna a pulsare grazie a una novella immersa nello splendido panorama australiano, pregna di poesia. Con tutta probabilità, però, il frammento più curioso e per certi versi inverosimile è affidato a Wim Wenders: l’autore continua a cercare nel suo cinema figure di sentinelle, angeli custodi, stavolta nelle sembianze di spettri virtuali, portatori di speranza e di cambiamento.
Mai più, mai più, mai piùù, dunque, ora e per sempre!

Commenti (0)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica