
Impossibile introdurre il nuovo film dei Wachoski senza prima ricordare lo studio Tatsunoko, la fabbrica di tanti sogni animati del calibro di
Kyashan,
La battaglia dei pianeti e per l'appunto
Superauto Mach 5, in America
Speed Racer. Creature nate dalle matite di Tastsuo Yoshida, uno dei pionieri dell’animazione nipponica, tra i primi a sfruttare le potenzialità del mezzo televisivo per promuovere strambi telefilm con effetti speciali, conosciuti in Giappone con il termine di tokusatsu. Molti dei suoi personaggi hanno fatto la storia del cartone animato del Sol Levante, ottenendo un successo in tutto il mondo con le avventure del prode condottiero su quattro ruote, protagonista della famosa serie dall’intreccio spionistico.
La pellicola dei fratelli terribili di Chicago si muove con il ritmo forsennato delle auto coinvolte in sfavillanti corse a prova di morte, alternando campi lunghissimi a primi piani. Colori dalle tinte sgargianti invadono il grande schermo travolti dal rombo dei motori supersonici di auto del futuro che, come gocce iperrealiste, scivolano sui circuiti appositamente creati al computer. Già, perché il film è un tripudio di effetti speciali, di interpreti costretti a recitare davanti a green screen simulanti un altro universo; ben altra cosa rispetto alle artigianali e quasi casalinghe produzioni dello studio di Tokyo.
Il film risente delle iperboli tecnologiche e degli intrighi internazionali in stile
Matrix: l’eletto, in questa nuova avventura, è un giovane in cerca della libertà che lotta in nome della rettitudine, contro gli impedimenti di un sistema corrotto e disumanizzato, dove il feticcio motore è simbolo di potere, avidità e sopruso, in barba a ogni regolamento. Non si scorgono confini per collocare questa bislacca avventura su di giri: nonostante i diversi siparietti da action movie con uomini e donne alle prese con ninja e antagonisti dediti alle arti marziali, Speed Racer è un family in tutto e per tutto. Le ombre della notte di Neo e Trinity si dissipano in favore di un’esplosione di tonalità calde come le lamiere incandescenti delle vetture in pista.
I registi si divertono a intrattenere il pubblico con scene splapstick di grande effetto: un bambino e una scimmia intenti a irridere le autorità, qualche quadretto familiare che di certo non sfigurerebbe in casa Hanna & Barbera (i
Jetsons) e il latte ingollato a fine gara, alla faccia dei tripudi alcolici dell’odierna F1.
La scelta dei volti da immergere nel contesto festoso e policromatico, si rivela una mossa vincente: perfetto Emilie Hirsch nel dare vita allo Speed della serie tv, misterioso quanto basta il Matthew Fox di
Lost, per non parlare di John Goodman; nato sul grande schermo per incarnare con gioia un'altra icona dei cartoon come Fred Flinstone, l’attore si rivela una figura a tutto tondo. Lo spettro dell’animazione aleggia a più riprese sull’opera, tanto da voler prendere in considerazione il recente
Cars della Pixar, quale magnifico esempio di entertainment riuscito e intelligente: se nel film diretto da John Lasseter Saetta McQueen, sulle ali della pomposa celebrità, sprofondava in un malinconico inferno di reietti e loser in quel di Radiator Spring, qui Speed si trova a dover fare i conti con il desiderio di lottare contro tutto e tutti per raggiungere le vette del grande successo. Sempre nel lungometraggio di Lasseter il saggio compagno dell’auto protagonista, Hudson, incarnava lo sconfitto, l’escluso, il campione andato di un’epoca nascosto assieme ai propri trofei in un garage; in questo film la fugace oscurità è rappresentata dal ricordo di un fratello, forse perduto nel mezzo di una gara e nel tentativo di celebrarlo con le sue stesse gesta.
L’unica nota dolente che però pesa come un macigno è la durata del lungometraggio: due ore e venti minuti sono davvero troppi per un’opera di questo tipo.
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento