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  • Intervista a J.J. Abrams
di Alessandro De Simone


Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Mr. Lost per parlare del nuovo Star Trek che J.J. si è preso la responsabilità di firmare come regista

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J.J. Abrams è un gran simpaticone, lo devo ammettere. Disponibile, spiritoso, sempre pronto a scherzare ed estremamente cortese con la stampa, come si conviene a una persona che deve la sua fortuna non solo al pubblico, ma anche alla critica che ha sempre accolto con entusiasmo quasi tutte le sue creazioni, sia televisive che cinematografiche. Dopo aver diretto la terza puntata di Mission: Impossible, J.J. ha messo le mani su un altro franchise, ben più prestigioso e fortunato: Star Trek.
Dopo avere presentato una ventina di minuti in anteprima mondiale del nuovo film, Abrams ha incontrato la stampa italiana e noi di Alphabet City non ci siamo fatti sfuggire l'occasione di fare quattro chiacchiere con lui.








Nella sua visione di Star Trek cosa c’è del mondo futuro che è riuscito ad anticipare?
Se mi teletrasportassi adesso vi piacerebbe? In effetti pensate all’idea del comunicatore, che poi potrebbe essre paragonato al cellulare attuale, era addirittura ridicolo, una follia, e oggi è diventato un oggetto di uso comune. E probabilmente l’idea del teletrasporto, della velocità curvatura, dei viaggi spaziali, oggi sono ancora ridicole, così come lo era il cellulare quaranta anni fa! Ma se riusciremo ad avere pazienza ci renderemo conto che molto di quello che vediamo sugli schermi di Star Trek e che consideriamo una sciocchezza potrebbe diventare realtà, anche perché ho incontrato molti scienziati che mi hanno detto d'aver trovato ispirazione nelle cose presentate da Star Trek.

Che cosa è rimasto dello Star Trek che conosciamo e cosa è stato rinnovato?
La sfida è stata quella di mantenere il filo rosso di quaranta anni fa e di fare sì che sia ancora interessante oggi. Ho cercato di mantenere alcuni elementi come il guardaroba, Spock o l’immagine dell’Enterprise, malgrado questo e malgrado l’intervento di Roberto Orci, che diversamente da me è un appassionato di Star Trek e mi ha aiutato ad essere onesto e corretto nei confronti della storia originale, ho voluto realizzare un film che sia di intrattenimento e non soltanto un film per i puristi di Star Trek. Quindi inevitabilmente ci saranno dei fans che mi attaccheranno. Qualche giorno fa è comparsa su internet l’immagine dell’Enterprise e già qualcuno ha esclamato: “Dannazione! Non verrò mai a vedere il film! I motori sono troppo grandi!”. È impossibile accontentare tutti.

Lei è uno che in TV crea fan, perché si è andato ad impelagare in un’impresa del genere? E la scelta del prequel è un modo per avere maggior libertà creativa?
Il fatto che il film sia l’undicesimo tratto da una serie tv mi ha a lungo tenuto lontano da questo progetto del quale oltretutto non sono né l’autore né il co-autore, per quanto io abbia partecipato alla sceneggiatura. Se ho accettao è perché mi sono innamorato dei personaggi, c’è stato un coinvolgimento emotivo, sono stato attratto dall’emotività dei personaggi, dal loro spessore. E poi volevo cimentarmi con qualcosa di bello che potesse essere un grande film.

Star Trek ha due dimensioni fondamentali: la frontiera, che è un tema classico del cinema americano e proviene dal western, dall’altro la forte aderenza a leggi fisiche, pur essendo una storia di finzione. Sono cose che non appartengono a tutti i Paesi del mondo, ad esmpio l'Italia è un Paese tecnologicamente arretrato e che non ha niente a che fare con la frontiera, eppure Star Trek ha lo stesso un grande successo. Secondo lei perché?
Star Wars appartiene alla categoria “molto molto tempo fa in una galassia lontana lontana”, è più un racconto fantasy che di fantascienza. Star Trek lo possiamo vedere come il nostro futuro. Più che la parte scientifica, comunque, affascina la parte emotiva, e quindi torniamo a parlare dei pesonaggi che sarebbero interessanti in qualunque contesto, semplicemente accade che questo contesto è il futuro.

Eppure la scena del bar e quella del pianeta delle nevi sembravano prese da Star Wars…
Fermo restando che sono un grande fan di Star Wars, è vero che ci sono due scene apparentemente simili, ma che in realtà sono diverse. Il bar che presento è come quello in cui potrebbe andare ognuno di noi e da lì il protagonista viene catapultato in altri mondi. In Star Wars quello era un bar alieno e questa mi sembra una differenza di un certo livello. Il parallelismo in realtà è dovuto al fatto che non c’è un posto in cui nei suoi sei episodi Star Wars non sia andato: dal pianeta rosso a quello deserto a quello nevoso e quindi è facile che qualche immagine possa sembrare ispirata alla saga di George Lucas. Infatti in questo film mi sono prefisso di dire che ci sono molte specie nell’universo ma senza specificarle, perché abbiamo già visto uomini gialli, rossi, con le corna, senza corna, perché questo è già stato mostrato. Ci tengo a sottolineare che questa volta è la storia che è diversa.

Tra i milioni di responsabilità che si è assunto con questo film ce n’è una in particolare: lei ha scelto il cast. Gli attori della serie sono diventati delle icone, quasi delle leggende, e dato che l’ipotesi è quella di creare un franchise rinnovato, con che criteri ha scelto i singoli attori per i singoli personaggi anche in questa prospettiva?
Certamente trovare gli attori giusti è stata la parte più difficile della realizzazione di questo film, perché se non si hanno gli attori giusti e non li si ama, niente funziona. Forse ci appariranno più giovani di quanto in realtà siano, perché siamo abituati a vedere quei personaggi invecchiati nel tempo, ma in realtà hanno più o meno la stessa età degli attori che avevano animato la serie televisiva originale. Il film non è stato creato con l’idea di creare un nuovo franchise, ma con quella di fare un prodotto d’intrattenimento di qualità, anche se il risultato collaterale potrebbe essere quello di dare inizio ad altre avventure. Vedo questi attori come una famiglia che vorrei vedere impegnata in altre avventure, e se ne sta parlando, ma non era questa l’idea iniziale.

Riconosce delle fonti d’ispirazione per il suo lavoro in generale, non solo per quest’opera?
Ciò che mi attrae è sempre il personaggio, ad eccezione di Cloverfield dove era la situazione ad attrarmi e soprattutto il punto di vista della telecamera che poi diventava quasi un personaggio. Ma non c’è una ricetta perfetta. Cerco sempre di farmi guidare da ciò che mi dà i brividi, perché se una cosa piace lo si sente al primo impatto e se si lavora con passione ed entusiasmo, facendo cose in cui si crede, è più probabile che gli altri la accolgano con lo stesso entusiasmo rispetto a quando si parte dal tentativo di far piacere agli altri.

Uns curiosità;: è vero che ha comprato i diritti del film svedese presentato Lasciami entrare?
Ci ho provato, ma non ci sono riuscito. Matt Reeves è riuscito ad essere preso come regista, il che mi rende felice, ma anche un tantino geloso.

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