• Visioni - Cinema - Recensioni
  • Rachel sta per sposarsi
di Federica Aliano


Delicatissimo scorcio di un interno familiare, all’alba di un matrimonio misto, con un peso enorme proveniente dal passato. La sensibilità di Demme raggiunge picchi mai toccati prima

Immagine

C’è chi vede Jonathan Demme come un autore di genere, capace di dare solo certi tipi di impronte ai film che dirige. Ma qualunque spettatore più attento vede immediatamente l’enorme sensibilità insita nel tocco carezzevole delle sue inquadrature, nello snodarsi di racconti che, affidati a qualcun altro, non risulterebbero così toccanti, né lascerebbero quella sottile traccia indelebile nello spettatore, che invece il regista di Long Island riesce a imprimere il più delle volte. Demme non punta alla commozione facile, ma al coinvolgimento totale, al quale lo spettatore non può sottomettersi.
Ancora non ci si riesce a spiegare come mai Rachel sta per sposarsi non abbia ricevuto alcun premio alla Mostra del Cinema di Venezia, erano in molti poi a volere la Coppa Volpi fra le esili braccia di Anne Hathaway, per noi una conferma più che una sorpresa. Dopo essere diventata un’icona del glam, ha avuto bisogno di recitare “imbruttita”, laddove questo fosse realmente possibile, per far notare il suo talento al grande pubblico, pessima consuetudine che continua a perpretrarsi sia a Hollywood che fuori. Eccola dunque con un orrendo taglio di capelli, vestiti consunti e frasario sboccacciato nel ruolo di Kym, ex tossica, tendente al suicidio e con gravi problemi di socializzazione.
Ma sebbene sia lei il fulcro della vicenda, mostrata per lo più attraverso i suoi occhi, ora ostili e astiosi, ora velati di lacrime che non vogliono saperne di cadere giù, Demme ci racconta molto più del ritorno di una figlioletta prodiga all’ovile. Innanzitutto un rapporto tra sorelle come pochissimi saprebbero fare, con quel risentimento, quell’amore incondizionato, quel legame viscerale unito a un odio di sottofondo, un rancore sempre presente, un’incompatibilità generatrice di sofferenze che mai potranno essere messe a tacere. Perché una sorella è carne e sangue e nessun altro rapporto, nemmeno quello tra due fratelli maschi, può essere paragonato a quello che realmente ti scorre nelle vene come un fiume in piena – e poco c’entra la genetica. Anne e Rosemarie DeWitt, che interpreta Rachel, riescono a bucare lo schermo non con le loro facce, ma con la sensazione tangibile che intercorre tra loro, a far sentire allo spettatore questo feeling unico e inimitabile e a coinvolgerlo nel profondo, senza possibilità di fuga.
E se già i preparativi per un matrimonio sarebbero materiale sufficiente a un film, l’attrice al suo esordio alla sceneggiatura Jenny Lumet non si è voluta far mancar niente e ha parlato della famiglia che si allarga, e nel vero senso del termine accoglie nuove persone, pur portandosi dietro un bagaglio ingombrante e pesantissimo.
Su tutti incombe un’ombra oscura dal passato, un solco incancellabile, uno strappo lacerante che mai potrà essere rimarginato né tantomeno sostituito con qualcos’altro, perché si rivelerebbe comunque un surrogato inutile e ipocalorico. Kym continua a essere ribelle, perché più male fa agli altri, più ne subisce lei stessa, e anche perché se fosse almeno cattiva potrebbe in qualche modo giustificare una colpa che nessuno si permette di attribuirle. La voglia di far parte del suo nucleo familiare, e allo stesso tempo di fuggirlo il più possibile, ricorda l’atteggiamento collettivo di Schegge di April, ma mentre lì c’era un’ironia nera di fondo, una certa comicità d’insieme nel valutare le differenze umane di un microcosmo condominiale, qui si riempie di un dolore profondo che raschia le membra dall’interno, e che per quanti tentativi si cerchi di fare per superarlo, sarà sempre presente, condanna ergastolana fuori dalle sbarre di una prigione.
E ancora una volta i primi piani vicinissimi ai volti, gli elementi dell’arredamento che fungono da velature o da immaginarie quinte (un plauso a tutto il dipartimento degli scenografi e dei trovarobe: per una volta vediamo una casa vera, vissuta, non uno sfoggio di oggetti di design! In nessuna casa il pasto informale si svolge con i piatti tutti uguali!) avvicinano chi guarda coloro che il dolore lo provano, lo rinnovano con ricordi che non possono essere cacciati, o lo scoprono davvero per la prima volta, aiutati da una colonna sonora intimista e delicata. E la scena finale sui titoli di coda è di quelle che strappano l’applauso.








Commenti (0)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica