A metà tra Apocalypse Now e Operazione San Gennaro. Con citazioni da Schindler's List, Lawrence d'Arabia e Il buono, il brutto, il cattivo. Troppi e troppo illustri paragoni per non dire che Three Kings è un film insolito, bizzarro, con una fisionomia particolare che è solo sua e che potrebbe portare a definirlo un sur-action, un film d'azione che vuole andare oltre, dire qualcosa in più, un po' come una volta i francesi coniarono il termine sur-western per i western che occhieggiavano e alludevano a problematiche più profonde (si era alla fine dei '60) delle pistolettate fra cowboys. Three Kings colpisce e spiazza per l'originalità della narrazione e dello sguardo alla guerra. Anzitutto perché aggiorna la nostra iconografia bellica. Dopo una miriade di film sulla seconda guerra mondiale e sul Vietnam, è curioso vedere George Clooney che irrompe in un bunker iracheno brandendo un pezzo di carta (che sarebbe poi l'armistizio firmato da Bush e Saddam). Sapevamo tutto su Omaha Beach o sulla boscaglia vietnamita ma ci mancava di vedere, in un film, il piatto e sterminato deserto arabo. Oppure ancora i rapporti di forza tra militari Usa, militari iracheni e civili; vedere come gli accordi raggiunti a livello politico si traducano, all'atto pratico, in stranianti situazioni di impasse. Molto del merito va al regista David O. Russell che ha saputo bilanciare i diversi piani: quello della guerra, quello picaresco della corsa all'oro, la profonda ironia di certe situazioni, la solidarietà verso le vittime e le notazioni sulla guerra mediatica. Nessuno di questi argomenti è trattato con particolare originalità, ma la loro compresenza e il loro alternarsi in primo piano, il grottesco delle situazioni e il profondo realismo delle emozioni e dei valori, si riuniscono in una miscela veramente particolare e, per recuperare una vecchia locuzione critica, "convincente", che a tratti commuove ed altre volte stordisce inoculando una strana euforica ironia, come quando i soldati iracheni scappano di fronte ad un corteo di limousine, temendo sia Saddam con propositi di ritorsioni punitive, mentre sotto attacca If you leave me now dei Chicago! Il film trabocca di momenti ironici di tal fatta, alcuni dei quali scaturiscono da un corto circuito tra globale e locale. In un mondo dove tutti consumano le stesse merci, dalle automobili alle borse Vuitton, è possibile chiamare casa agli antipodi del globo terracqueo mentre si è in attesa di venire uccisi in una cella irachena. Ma si vive anche la realtà del luogo, dei ribelli e delle popolazioni inermi e se ne viene, nel rispetto del cliché del fuorilegge di buon cuore, coinvolti.
Ha contribuito alla riuscita del film la fotografia di Newton Thomas Sigel, già autore de I soliti sospettie di diversi documentari di guerra, dalla cui esperienza il film è venuto fuori illustrato secondo tecniche "realistiche", dal bleach bypass che lascia la pellicola con uno strato d'argento, come solarizzata, all'effetto videocamera della pellicola Ektachrome. Tutto questo mentre la ben nota luce verdastra degli infrarossi, con la quale abbiamo familiarizzato tramite le immagini televisive della guerra del Golfo è, per ironia, adoperata soltanto per pochi istanti, in modo diegetico, cioè in mano al soldato interpretato da Spike Jonze, che ci cazzeggia.
Un prodotto di genere, quindi. Ma, bisogna ammetterlo, proprio per questo tutto ciò che di più questo film sa dare diventa particolarmente prezioso e gradito. Tanto che si finisce per "credere" alla buffa epopea di questi tre picari che, partiti a caccia dell'oro, si ritrovano a diventare campioni di umanità e fratellanza. Three Kings si guadagna il rispetto dovuto ad un cinema che sappia sorprendere.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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