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di Andrea Marzulli


Oliver Stone trasforma il football in un campo di battaglia dove vincere è l'unica cosa che conta realmente. Eccessivo, barocco e coinvolgente con un grande Al Pacino

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Si direbbe che il cinema di Oliver Stone sia duale e muscolare. A parte lo stile, ormai sempre più frammentato e ipertrofico, è la qualità delle informazioni che offre al suo spettatore. Non sfumature ma lampi violenti, come violento non può che essere lo scontro tra i valori in gioco, spesso incarnati da personaggi opposti e simmetrici, a volte a confronto nello stesso personaggio. Curioso quindi come Stone, considerato uno degli alfieri della post-modernità circa le sue strategie di visualizzazione, sia poi ancorato, specie in questo film, ad una costruzione classica dei personaggi. Uno che in questo gli somiglia è Spike Lee e l'apparentamento viene naturale se si pensa qui al personaggio di Willie Beamen, il quarterback nero protagonista di quella fetta di narrazione che riguarda la sua crescita morale da egoista incosciente a trascinatore della squadra. La tensione razziale non è un tema precipuo del film ma quei due o tre "semini" a proposito assorbono di riflesso la tensione spasmodica che c'è in tutto il film. In questo Stone è veramente un cineasta del suo tempo: ogni particolare diventa ansiogeno. Any Given Sunday ambisce ad una sorta di enciclopedismo su quello che rappresenta, e come funziona, una squadra di football americano. Inventata, poiché la durezza del punto di vista di Stone non poteva che sconsigliare a priori una collaborazione da parte della National Football League. L'enciclopedismo nasce a priori, essendo la sceneggiatura la fusione di più script, di diverse mani, agglutinati in tempi successivi. Perno di tutta la storia è il personaggio di Tony D'Amato, l'allenatore interpretato da Al Pacino, vecchio leone saldamente ancorato ai valori dello sport e alla sua capacità di forgiare l'uomo al di là del risultato del campo o del business intorno ad esso. Tony se la vede con Willie, fungendo da suo mentore, e con la rapace mentalità imprenditoriale della giovane Christina (Cameron Diaz), che ha ereditato dal padre la proprietà della squadra.
Di Christina sappiamo che suo padre avrebbe preferito un maschio, la vediamo discutere d'affari da pari a pari con manager navigati, oppure entrare nello spogliatoio della squadra indifferente alla nudità dei giocatori. Sono tutti particolari che ci dicono non solo della personalità di Christina ma soprattutto di un mondo, quello degli affari legati allo sport, che, più che non fare distinzioni tra i sessi, ingloba tutti in una sua logica guerresca "maschile". Le donne dei giocatori, invece, che vivono quel mondo soltanto di riflesso (anche se le mogli dei quarterback con molta influenza su di loro), fanno gruppo a sé nei party e sono viste passivamente. Di Christina il personaggio di Charlton Heston dice che "potrebbe mangiare i suoi figli", cosa che mitologicamente faceva un padre, cioè Urano.
È in questa contrapposizione "forte" che riconosciamo uno dei tratti distintivi del cinema di Stone, e più ancora nel dualismo tra il medico buono e quello cattivo, nel consueto sguardo truce sul mondo dei media, nel rapporto tra affari e politica. La grande varietà dei temi affrontati nella sua filmografia fa coppia con la volontà pedagogica di svelare, di far vedere il meccanismo che muove un plotone, la Borsa, l'assassinio di un presidente o una squadra di football. E non è inesatto dire, osservazione diffusa, che la materia di volta in volta lo attrae e lo respinge. È l'atteggiamento di chi vuole dare un'idea così precisa del "male" da cercarlo prima dentro di sé e poi magari attaccare con veemenza oppure, è conseguente, cadere in eccessi didascalici (tutto il finale dell'ultima partita - che non a caso si gioca in trasferta a Dallas… - vorrebbe essere epico ma pecca un po' di retorica).
La presenza di Charlton Heston fa pendant con la citazione di Ben Hur, che Tony guarda in tv. Per Stone i giocatori di football sono dei moderni gladiatori che si ammazzano (uno perde addirittura un occhio, con dovizia di granguignoleschi particolari) tra di loro per la gioia degli spettatori in delirio. Ma Heston qui è anche un commissario dell Lega, cioè qualcuno che offre un punto di vista "distante", proprio di chi deve giudicare, da quello di Tony e Christina. Una distanza come quella tra la suggestività della corsa delle bighe di Ben Hur che vediamo e il frenetico, a momenti illeggibile, découpage di questo film (è il trionfo del videoclip di Willie), suggerisce forse Stone. O forse non è proprio così ma la presenza di Heston in quel ruolo suggerisce altri significati oltre la semplice citazione gladiatoria.

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