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  • The Millionaire
di Boris Sollazzo


Melodramma bollywoodiano per Danny Boyle, che continua a esplorare generi, ma non riesce a superare i suoi limiti

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“L’accendiamo?”. Una frase divenuta d’uso comune e che molti di noi immaginano nella sua accezione più “focosa” verso i conduttori più o meno gradevoli che ne abusano. È la parola d’ordine di “Chi vuol essere milionario”, format televisivo che ha conquistato il mondo con la sua promessa di scorciatoia rapida verso il successo e la ricchezza e che ora si appropria anche del grande schermo. Colpa (o merito, per molti) di Danny Boyle che, come si sa, non si fa mancare niente. Ha cambiato più generi lui di Priscilla, regina del deserto, dal junkie movie Trainspotting, cult stupefacente, al fantacatastrofismo di 28 giorni dopo, fino alla metafantascienza di Sunshine. Ora, punk pentito e hippie tardivo, scappa in India per un anno, e torna con Slumdog Millionaire, tratto dal bestseller Q & A di Vikas Swarup e che ha conquistato Toronto e critica e pubblico americano (media copia da record).
Mica male il biglietto da visita di The Millionaire (in Italia distribuito da Lucky Red) ed ecco perché sconcerta questo entusiasmo selvaggio dopo la visione. La storia d’amore e di sfiga di Jamal e Latika (l’inconsapevole Dev Patel e la splendida Freida Pinto), infatti, sa di facile ricatto morale lontano un miglio e di conformismo etico ed estetico. Un film da Bollywood, melodramma caricato e caricaturale in cui un Oliver Twist indiano (non a caso il direttore della fotografia di cognome fa proprio Dickens) ci mostra, sulla sua pelle, tutti i problemi dell’India. L’infanzia derubata e poi ladra, le baraccopoli e le discariche abitate, gli scontri religiosi e gli orfanotrofi horror, la criminalità più o meno organizzata. Jamal lo incontriamo mentre lo torturano, il giorno che dovrebbe, o meglio potrebbe, vincere 20 milioni di rupie al quiz già citato. Ma l’invidioso conduttore (Anil Kapoor), slumdog come lui, lo taccia di frode. Lui in verità se ne frega del bottino, è semianalfabeta e le domande le sapeva tutte perché le aveva vissute sulla sua pelle (sarà tonto, ma che memoria fotografica!). Lui vuole Latika, la loro è una fiaba nera d’amore e di dolore. Una storia così strappalacrime che in confronto Mario Merola peccava di sobrietà.
Ciononostante tutti gridano all’Oscar, al “miglior film dell’anno”, al miracolo. Su Imdb si trova un incredibile 8.6 su 10 come votazione. La verità è che Boyle, oltre a un grande talento, conferma una furbizia non comune nel saper toccare le corde più sensibili del grande pubblico, e di portare Bollywood e i suoi successi in occidente, con un filo di paternalismo che in alcuni momenti rasenta il razzismo (l’India ne esce maluccio, tratteggiata come Napoli sui giornali del nord Italia). Comunque, pur se sopravvalutato, il film risulta un buon esempio della nuova cinematografia commerciale e neopop, con una colonna sonora molto interessante e con la damigella in pericolo e il cattivo che bucano lo schermo. Boyle rimane un geniale incompiuto, quando smetterà di essere innamorato di sé e dei suoi piccoli mondi moderni che racconta, quando smetterà di voler compiacere il pubblico nei suoi istinti più bassi, allora arriverà il suo capolavoro. Il timore è che si dovrà aspettare ancora parecchio.






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