La sinestesia di un libro che fonde immagini e suoni: Padri e figli in un'Italia brutta e senza speranza che non fa altro che odiare il diverso
“È la neve. La neve copre i rumori”. Suoni e melodie infittiscono le pagine di Come Dio comanda, il romanzo di Niccolò Ammaniti, vincitore del Premio Strega 2007. Sembra quasi di udire, infatti, lo sparo della pistola con la quale Cristiano Zena, su ordine del padre, placa il lamentoso guaito di un cane; i gemiti di piacere di Ramona, la dea di un film porno raccattato tra i rifiuti da Quattro Formaggi, lo scemo di Varrano, il villaggio suburbano sperduto in una zona indefinibile delle tante periferie della penisola; la musica leggera, colonna sonora delle pigre giornate di un’adolescente sbandata, modello di una generazione ancora oggi dibattuta dai mass media.
Bastano poche pagine per rendersi conto di come Ammaniti sia in perfetta sintonia con le frequenze della fanciullezza alle prese con un crollo di valori e figlia di un gigantesco stato confusionale. Rumori ancora rumori, quali lo scroscio della pioggia, l’ululato del vento in tempesta, la collera furiosa di una natura che si abbatte con vigore sulla dannata esistenza di un pugno di emarginati, di poveri cristi avulsi da qualsivoglia forma di spiritualità, eppure a caccia di Dio. In un volume di quasi cinquecento pagine si tenta di tracciare un affresco sociale di un’Italia brutta, sporca e cattiva alle prese con la paura del diverso (nella fattispecie gli extracomunitari colpevoli di sottrarre lavoro ai volenterosi lavoratori italiani) e soprattutto della cappa di degrado e solitudine che pervade certi ambienti (relegando ai margini dell’universo un gruppo di balordi violenti capaci di dialogare attraverso le sole leggi dell’offesa e dell’astio).
Rino, un nazista rissoso e in preda a feroci mal di testa, Danilo e Quattro Formaggi sono in fondo le maschere di un'umanità sregolata, impulsiva ed estrema alla quale però viene concesso tanto di odiare quanto di amare. Padri e figli si affrontano e si ritrovano sempre e il duello è tratteggiato con passione e rara delicatezza dal narratore poiché, dietro la cieca brutalità, il dissennato disprezzo verso il sistema, il misero rifugio nell’alcolismo, si nascondono laceranti dolori per ferite impossibili da rimarginare.
È ancora la neve, muta e soffice come batuffoli di cotone, ad abbattersi sulle disperate vite di questi memorabili antieroi (ancora una volta colpisce e impressiona la grottesca e tragicomica costruzione di certe figure bislacche a volte impossibili da abbandonare) a riportare il lettore nella realtà di un paese in attesa delle festività natalizie. Il tempo, pertanto, diventa un elemento principe del racconto: la vicenda si divide in un prima e un dopo intervallati dal solenne momento della notte in cui nulla si crea poiché tutto o quasi si distrugge. Lo stesso Natale infine si compone di tracce sonore: l’appena percettibile cigolio di alcune macchinine in marcia su di un presepe dove convivono, quasi in un trionfo di multi etnicità (singolare sensazione per una storia di individui xenofobi), le figure icone della tradizione cattolica accanto alle famiglie di balocchi.
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