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  • Roswell: che amore di alieni!
di Valeria Roscioni


Quando essere diversi non è soltanto un problema di alienazione adolescenziale

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Ecco cosa succede quando il teen drama si tinge di fantascienza: le trame si complicano, i personaggi non sono mai semplicemente ciò che appaiono, il sottotesto regna. Negli anni Novanta X-files cercava di leggere le insicurezze della società americana creando un meccanismo diabolico che produceva domande ma non risposte. Sempre negli anni Novanta, Beverly Hills prima e Dawson’s Creeek poi, uccidevano dolcemente i dubbi delle adolescenze dei loro protagonisti accompagnandoli all’ingresso della vita adulta. Nel 1999 Jason Katims crea Roswell e, per almeno una stagione, ci delizia con un’interessante mescolanza dei due paradigmi. La storia è quella della dolce Liz che si innamora del bel tenebroso Max, della sua amica Maria, quella simpatica ma un po’ svitata, che intreccia una storia con il ribelle Michael, della complessa vita sentimentale e sociale della sorella di Max, Isabell, capelli biondi e cervello fino(il volto era quello di Katherine Higle). Corridoi della scuola, una cerchia di amici, il confronto con i genitori. Non manca niente. Il paradigma della perfetta messa in scena di un’esperienza formativa. Peccato che la storia potrebbe invece tranquillamente essere quella di tre ragazzi alieni (Max, Isabel e Michael) che si trovano a doversi misurare con la loro diversità, con le regole di un mondo non gli appartiene e che, se nello specifico dei loro rari affetti riescono a trovare un po’ di conforto, non sanno mai quando questo gli verrà inevitabilmente sottratto dalla crudele comparsa della verità nelle loro vite. Oppure potrebbe essere la storia della frustrata e frustrante ricerca dell’identità di due adolescenti (Max e Isabell) adottati da una famiglia bene che amano e rispettano ma a cui non sentono di appartenere, e del loro amico Michael, meno fortunato, a cui è toccato in sorte un padre alcolista e manesco. Come in un cubo di Rubik, le facce sono definite ma i colori sono destinati ad apparirci mescolati su ognuna di esse fino a che il rompicapo non verrà risolto. Numerosi sono i personaggi secondari, complessi e ben costruiti, che costituiscono le tessere. La trama si complicò a tal punto che la serie subì un calo di ascolti proprio per via dell’eccessiva complessità.
Tentando di sciogliere l’enigma, Roswell, come già Buffy, mette in scena il senso di diversità e di solitudine degli adolescenti usando un espediente che li rende estranei oltre che straniati: il contatto con le forze occulte. Qui c’è uno scarto in più: l’alieno è, tradizionalmente, una persona nata da una qualche entità extraterrestre (Invasione degli ultracorpi docet). Quindi questi ragazzi sono altro dagli adulti, perché non sono ancora cresciuti, altro dai loro coetanei, perché vittima degli ovvi meccanismi dell’età, e altro da tutto il mondo perché non gli appartengono.
Eppure la conclusione di questa favola tetra ci regala un lieto fine degno di Cenerentola. Anni e anni dopo Star Trek, i rapporti con il diverso sono possibili grazie ad una storia d’amore che supera ogni frontiera. E l’integrazione sembra possibile. Almeno sul piccolo schermo.






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