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  • Intervista a Gabriele Salvatores
di Alessandro De Simone


Abbiamo incontrato al Noir in Festival di Courmayeur uno dei nostri premi Oscar per parlare del suo nuovo film Come Dio Comanda e non solo

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Incontrare Gabriele Salvatores è sempre un enorme piacere, perché il premio Oscar per Mediterraneo è uno dei non molti artisti italiani capaci di sorprendere.
Come Dio Comanda, il suo ultimo film tratto dal romanzo omonimo di Niccolo Ammaniti è un ennesimo esempio di questa sua grande capacità di rinnovarsi e di ricercare forme narrative inesplorate. Lo dimostra anche lo spettacolo che ha portato in regalo al Noir in Festival di Courmayeur, un concept di cinema, musica, teatro e poesia nato come necessità conseguente al film.
Di questo e di molto altro abbiamo parlato con Salvatores in una nevosa mattinata valdostana.

Prima di tutto Gabriele, parliamo dello spettacolo che hai portato a Courmayeur , "Ancora sulla cattiva strada", insieme a Elio Germano, Filippo Timi e i Mokadelick, e partiamo dalle letture che hai inserito...
Beh, a me piace tantissimo Pasolini, Garzanti oltretutto ne ha pubblicato da poco tutte le opere e nelle poesie del passaggio dal Friuli a Roma ho trovato questa che ha recitato Elio dal titolo Ai desasperatamente. Poi un pezzo di De Andrè tratto da "Anime salve" dal titolo "Smisurata preghiera", due passi di Shakespeare in relazione alla tempesta atmosferica da Sogno di una notte di Mezza Estate e Re Lear, e poi uno scritto di Lama Yeshe che è un lama tibetano.

E cosa collega tra loro questi brani?
A parte Shakespeare che racconta lo scatenamento degli eventi atmosferici che arriva in una notte, che è un po’ la struttura della sceneggiatura, un prima della notte e un dopo, Pasolini e De Andrè sono uno sguardo affettuoso su quelli che hanno preso la cattiva strada, come i protagonisti di Come Dio Comanda.

Una certa influenza della cultura shakesperiana si riscontra anche nel romanzo di Ammanniti, per via della partizione in tre atti…
Più che nel romanzo, che è di cinquecento pagine e quindi ha tantissime digressioni, questa cosa è venuta fuori per il film quando Niccolò ha deciso di stringere sulla storia di padre e figlio. C’è un padre padrone, un figlio adolescente-principe e un buffone, che in inglese chimano fool, pazzo, che si perdono in una notte, come spesso accade nelle commedie e nelle tragedie di Shakespeare, in cui i personaggi si perdono in un bosco o in una landa desolata, quasi sempre durante un tempesta, e i loro destini ne escono stravolti. Nel film e nel romanzo il figlio pensa che il padre sia l’autore di un omicidio. Stranamente è venuta fuori questa struttura. Niccolò nega che ci sia, ma io la vedo, forse perché a teatro Shakespeare l’ho messo in scena tante volte.

Tra il film e il bellissimo spettacolo c’è un’altra analogia: per il film hai seguito gli attori continuamente per poi tagliare in montaggio e il concetto dello spettacolo è lo stesso, perché hai creato una strada da seguire e ci hai messo dentro una serie di tagli.
È vero, il concetto del film, che è quello di tagliare tutto quello che non tiene alto il livello emotivo, è quello che abbiamo usato nello spettacolo, dove c’era solo la parte emotiva e non quella razionale.

Questa sorta di buon ritiro che avete fatto per preparare il film è stato foriero di tante cose. Puoi spiegarci come è andata?
Partendo proprio da Niccolò, siamo diventati amici da dopo Io non ho paura. Io con lui rido molto, infatti lo sto spingendo a scrivere una commedia perché secondo me lui ha il cinismo necessario per dare una versione aggiornata delle commedie italiane belle degli anni Sessanta. Filippo lo conoscevo da tanto tempo, dal Teatro dell’elfo, e con Elio avevo già lavorato in Quo vadis, baby?. L’altra sera a Roma, dopo la presentazione del film, siamo andati a mangiare e c’era Diego Abatantuomo. Loro sono usciti a fumare e io li guardavo da dietro la vetrina e sembravano amici da tempi infiniti, anche se non è così. Questo vuol dire che una specie di tribù con i colori di guerra uguali c’è in giro e ci si riconosce. È nata una buona energia. Elio e Filippo dopo quella scena con Diego hanno detto che vogliono scrivere una commedia tutti e tre insieme...

Il materiale visivo per Ancora sulla cattiva strada, che hai ricavato in gran parte da documentari, come è stato raccolto?
In parte erano tratte da documentari e banche dati, alcune scelte dai Mokadelic che suonano solitamente con delle immagini dietro, altre suggerite da me. Ci sono anche dei video d’arte,Alessandra Cassinelli, Herzog… Ieri sera le immagini non erano già montate. Abbiamo scelto il gruppo di immagini da mettere insieme, il V.J. le modificava a seconda della musica, era una vera jam session di immagini, musica e parole.

Se lo spettacolo fosse riproposto in un’altra occasione, avrebbe un altro testo visivo?
Le immagini sarebbero probabilmente quelle, però montate in maniera diversa. Come nei concerti dal vivo è impossibile riprodurre precisamente la stessa cosa.

A proposito di esibizioni live, sul palco suonando il basso sembravi molto a tuo agio…
Sì, anche se di solito suono la chitarra, ma io l'ho sempre detto, avrei voluto fare la rock star, ma ho sempre avuto pochi capelli, non ero credibile. Adesso magari sarebbe diverso, guarda Michael Stipe, il cantante dei Rem, o Peter Gabriel…
Comunque mi diverto, ho messo insieme i tre amori della mia vita, che poi sono anche quelli di Elio e di Filippo, cioè il teatro, la musica e il cinema.

Questa è una forma nuova di spettacolo in Italia. Che cosa vi proponevate e cosa avete ottenuto?
Noi abbiamo sempre cercato di creare un rapporto diretto col pubblico che col cinema non c’è. Lo spettacolo di ieri per adesso è un evento unico, ma ha
suscitato interesse e a noi piace farlo. Speriamo di andare a La Maddalena a giugno, questo potrebbe essere il primo passo e c'è l’ipotesi di farlo diventare un oggetto a sé che si possa autoprodurre.

Avete deciso di girare in Friuli per un motivo preciso?
Si poteva girare ovunque nel Nord. Abbiamo visto anche il Piemonte, ma era troppo piatto. Il posto l’ho trovato su Google maps: mi ha colpito il deserto di sassi bianchi e la presenza di una natura molto violenta, a cui l’uomo è riuscito a strappare qualche cosa con capannoni, casette a schiera, segherie. La natura la senti quasi pronta a riprendersi tutto.

Avete parlato di quanto avete collaborato, per il film e per un testo teatrale anche pieno di difficoltà: volete raccontarcele?
Le storie hanno delle anime che ti influenzano in qualche modo. Il film ha comportato anche tutta una serie di difficoltà fisiche. Tutta la parte del bosco è durata tre settimane e mezzo, abbiamo girato di notte, fino alle quattro di mattina, d’inverno, in uno dei posti più freddi d’Italia. Quando uscivamo di lì non ci facevano rientrare in albergo tanto eravamo coperti di fango e dovevamo passare sotto l’idropulitrice.
Per provare lo spettacolo ci siamo incontrati separati in posti diversi del mondo. Ci hanno molto aiutato le tecnologie: è stato costruito virtualmente.

Quale può essere il rapporto tra il cinema e il teatro in una città come Milano nel contesto della Expò?
Non so bene cosa sia questa Expò, o meglio quanto Milano si aspetti da questo evento. Secondo me c’è un investimento esagerato. Si sta costruendo una cattedrale nel deserto. Io ho vissuto la Milano degli anni Settanta quando davvero c’era un movimento culturale, adesso credo che sia un po’ desolata come situazione. Io sono napoletano, ma amo Milano, ci sono cresciuto. Non so cosa possono fare il cinema e il teatro, quello che so è che dietro ai progetti dell’Expo c’è un signore e che è stato condannato ai tempi di tangentopoli (Ligresti Ma che Paese è un posto dove si può fare sempre tutto e di tutto? Non ho grandi aspettative, ma spero di essere smentito.







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