Il premio Scerbanenco 2008 arriva nelle mani della bravissima scrittrice di molte storie di Dylan Dog. Noi l'abbiamo incontrata a Courmayeur durante il Noir in Festival
Se Tiziano Sclavi è il papà di Dylan Dog, Paola Barbato potrebbe tranquillamente essere considerata la sorella o almeno una cugina di primo grado. Dopo oltre dieci anni di Sergio Bonelli Editore e un numero importante di sceneggiature scritte per l'indagatore dell'incubo, la bravissima Paola sta raccogliendo altri meritati frutti del suo lavoro di professionista della penna. Mani Nude, il suo secondo romanzo, ha infatti vinto il Premio Giorgio Scerbanenco per il miglior noir italiano dell'anno, riconoscimento che le è stato consegnato a Courmayeur durante il Noir in Festival, com'è tradizione.
Proprio nella bellissima località montana della Valle D'Aosta abbiamo incontrato la simpatica scrittrice e fumettista e ne è venuta fuori una lunga e interessantissima conversazione sul romanzo, sulla sua carriera e sul suo futuro professionale. Facciamo una piccola cronistoria della tua carriera letteraria. Tanto per cominciare Mani Nude non è il tuo primo romanzo, mentre i più ti conoscono per la tua lunga militanza a Dylan Dog. Ma come nasce la tua passione per la scrittura?
Non nasce: io ho sempre scritto. Per un lungo periodo della mia vita non ho pensato di farne un lavoro, scrivevo per necessità, scrivevo di tutto: da lettere a racconti, a fumetti, ho scritto una piecè teatrale a sedici o diciassette hanni. Ho sempre scritto perché era il mio veicolo di espressione più spontaneo, era più facile scrivere che parlare, preferivo mandare un bigliettino che fare una telefonata, anche perché ero molto chiusa. Per me scrivere è la cosa più spontanea che ci sia. Poi la madre di un mio amico mi ha rimproverata la vigilia di Natale perché non tentavo di pubblicare. Sul momento sono rimasta un po’ così, poi ci ho ragionato sopra e ho pensato che lei non aveva nessun motivo per illudermi, ero solo una ragazza, non aveva senso lanciarmi in un ambiente che non mi si confaceva. Allora ho raccolto tutti i miei racconti e ho cominciato il pellegrinaggio per le case editrici e mi hanno mandato tutte la stessa lettera che diceva che erano bellissimi, ma non trovavano riscontro nelle loro linee editoriali. Siccome io non avevo i soldi per spedirli tutti, sono andata a Milano con lo zaino in spalla e mi è avanzata una copia perché avevo sbagliato i conti. Pur di non portarla indietro ho cominciato a pensare dove lasciarla e, siccome leggo Dylan Dog da sempre, ho pensato di portarla alla Bonelli, dato che erano racconti ed erano grotteschi e surreali. Così l’ho lasciata in portineria senza dire nulla e me ne sono dimenticata. Sei mesi dopo mi ha chiamato Mauro Marcheselli. Io non sapevo nenache chi fosse e non ci volevo parlare. Invece ho scoperto che era l’editor di Dylan Dog e mi ha proposto di provare a scrivere qualcosa. Nell’arco di un mese ero nella loro scuderia. Non ho fatto gavetta, non ho fatto niente, infatti mi odiano in molti, perché lui trovava che io scrivessi in una maniera già molto adatta. Mi ha insegnato tutto e devo tutto a lui. La prime sceneggiature me le ha fatte riscrivere cinquecento volte, poi ho ingranato ed è diventato un lavoro. Dalla sceneggiatura per il fumetto alla letteratura tradizionale; come e perché è avvenuto questo passaggio?
Io ero veramente appagata dal fare fumetti. Ho continuato a scrivere i miei racconti e le mie cose tranquillamente, senza pormi un obiettivo del tipo “io un giorno diventerò, una scrittrice” o “io un giorno scriverò”. Certo che ogni tanto ci si pensa, ma vivevo benissimo comunque. Poi un giorno un sito internet mi ha chiesto se avevo dei racconti da mandare. Siccome sono un po’ cialtrona, ho risposto che racconti non ne avevo, ma avevo un romanzo pronto e che gli avrei mandato un capitolo a settimana. Loro hanno accettato. Io non avevo niente. In un’ora ho scritto il primo capitolo dicendo che era breve perché la costruzione del romanzo voleva che fosse così. Quel sabato è stato pubblicato su questo sito che si chiama I pinguini. Ed ogni settimana scrivevo un capitolo. Io non sapevo dove volevo andare a parare, ogni venerdì sera mi inventavo la storia. Bilico è stato pubblicato su internet così. Poi sono stata contattata dalla Rizzoli, mi è arrivata una terrificante telefonata da Stefano Magagnoli, che non sapevo chi fosse, e che mi ha chiesto se quella sera volevo andare a firmare un contratto con loro. Devo dire che nel lavoro le cose mi vanno bene. E parto sempre in totale ignoranza e innocenza. Sentendoti parlare così solare mi stupisce quello che poi scrivi. Da dove nasce questa tua metà oscura?
Non c’è nessuna metà oscura: è la stessa che vedi adesso. Io dico sempre che quando scrivo traduco le cose. Per esempio, tutti siamo stati ad una riunione di condominio e quindi sappiamo di quanta cattiveria, ferocia e rabbia sono capaci le persone. Allora tu prendi quello che hai visto alla riunione di condominio e lo traduci in un’altra cosa, in una, usiamo un termine orrendo, metafora. Io non ho mai scritto niente che non conoscessi. Quando ho scritto Mani nude mi hanno chiesto in tanti se avevo un insider. Io mi sono inventata tutto, ma l’ho fatto perché ho ragionato. Mi sono detta: se io non fossi alta un metro e sessantacinque e non pesassi cinquanta chili, e un uomo di novanta chili mi saltasse addosso, cosa farei? Occhi, orecchie, naso e, se ce la faccio, in mezzo alle gambe. È un minimo di autodifesa, non dico che mi metto a prenderlo a cazzotti, perché è una stupidaggine. Se hai paura vai a botta sicura. Se ti metto le dita negli occhi qualcosa ti faccio. Io credo che le persone siano tutte in grado di avere dei pensieri profondamente cupi. Non averne paura e magari anche ammetterlo ci darebbe una mano. Quando la gente si stupisce per Erba o Novi Ligure dicendo che quelli sono mostri, io dico: ma come i mostri? Se io avessi visto la signora di Erba prima del fatto, tutto avrei pensato di lei ma mai quello. Ora non posso più pensare che sia un mostro, perché penso che come lei ce ne sono tante che covano rancore, odio per quelli del piano di sopra, per quelli che sporcano il pavimento del portone. Mi sono sentita dire delle cose terribili alle poste, in banca: tutti possiamo fare dei pensieri così. Se fossimo un po’ più onesti e ammettessimo che potenzialmente siamo tutti in grado di fare certe cose, ne terremmo conto e così forse ci sarebbe qualche strage in meno.
Perché in quest’opera di traduzione della realtà hai scelto proprio il noir come genere.? Quali sono le zone che ti consente di esplorare rispetto ad altre chiavi interpretative?
Io non volevo scrivere necessariamente un romanzo noir. Nel primo sì. Sapevo di volere un giallo thriller e sapevo che volevo il colpo di scena a metà storia, sapevo che volevo costringere il lettore ad affezionarsi ad una protagonista che non è simpatica e poi, a metà storia, rovesciare la situazione come per dire: “ora prova a non tifare per lei”. Era un gioco sul thriller, sul giallo e sul concetto di farla franca, perché secondo me ci sono molti innocenti in galera e molti colpevoli fuori. Alla fine Marta Russo non si sa chi l’ha uccisa e non lo sapremo. Alla fine c’è questo grande punto interrogativo: se tutte le prove portano in una direzione, quella direzione è la verità? Io ragiono, guardo la Tv, mi faccio i miei film. Non mi reputo una scrittrice di genere perché non so come sarà il mio terzo romanzo, potrebbe anche essere un romanzo d’amore, anche se di certo non sarà un romanzo tenero. Mi piace analizzare i lati dell’essere umano che vengono un po’ meno sbandierati. I lati eroici ad esempio, come quel bancario che è riuscito a far liberare gli ostaggi uno per uno. Gli esseri umani tendono a nascondere quasi tutto, comprese le emozioni. C’è un sacco di falsa modestia e di buonismo. Forse sono troppo cinica. Non so se sono portata per il noir. Di certo sono portata per ciò che è meno in luce. Se ciò significa che sono portata per il noir, allora sono portata per il noir.
Quando hai ricevuto il premio Scerbanenco, il tuo ringraziamento più sentito è andato ad Andrea Pinketts. Puoi dirci come mai?
Io e Andrea ci conosciamo pochissimo. Ci siamo incontrati una volta un miliardo di anni fa. Di quel ricordo lui non conserva nessuna traccia e invece io sì: ero appena entrata in Dylan Dog. Poi lui ha letto Bilico e ha lasciato un messaggio in segreteria. Quando ha letto questo libro mi ha richiamata e mi ha detto cosa ne pensava. Poi lo hanno chiamato per andare a fare l’inviato a La Talpa, ma ha rifiutato per fare una serata di presentazione del mio libro. E quello che lui ha detto quella sera, ed era la terza volta che ci incontravamo, ha dimostrato che c’è stato umanamente un punto di incontro tra di noi, perché se hai tanta pazienza di aspettare e lui se ne accorge, puoi conoscere la persona e non il personaggio. Ha saputo dire delle cose di questo romanzo che io non sapevo e che ho scoperto con lui. Ha detto le cose più belle che siano state dette di questo romanzo e in un momento in cui ero abbastanza demotivata a portare avanti questo tentativo di promuoverlo.
In effetti Mani nude ha avuto una vita editoriale piuttosto strana. Ce ne puoi parlare?
Mani nude ha cominciato a guadagnarsi le cose a ritroso. Mi dicevano: “Dai sei patetica, basta! Cosa stai lì a parlare sempre di questo romanzo, ormai se non è andato non è andato” e io mi opponevo, perché se la critica l’avesse stroncato e il pubblico avesse detto che faceva schifo, io mi sarei dovuta rassegnare, ma se nessuno ne parla, nessuno lo legge, quindi dovevo farlo leggere. Dicevo a tutti di prestarlo, perché non mi interessava che vendesse ma che venisse letto, perché se non viene letto un romanzo è morto. Come quei bellissimi libri d’arte che vengono comprati e che nessuno legge mai. Sono libri morti. È tristissima questa cosa. Poi hanno cominciato a leggerlo le persone più strane e disparate del mondo. Il primo che è venuto a parlarmi è stato il direttore di Sky e da lì lui ha cominciato a tampinare tutti i produttori che conosceva. Uno in particolare, l’ha tampinato anche sua moglie e la moglie del produttore stesso. Alla fine si è convinto a leggerlo e poi ha deciso di farne un film.
Stai lavorando su questa strada adesso?
Sì, ho lavorato per Sky, ho scritto il film tv che si chiama Nell’ombra che dicono sia ispirato alle Bestie di Satana, ma che non è così, con Fabrizio Bentivoglio, che stanno girando adesso tra Torino e Trieste con la regia di Alex Infascelli. L’ho sceneggiato a quattro mani con Salvatore De Mora, su un mio soggetto, parlando di satanismo ma dalla prospettiva di chi non ne sa niente. È la storia di un padre che una mattina si alza e non trova più suo figlio, poi viene fuori la questione del satanismo e deve imparare sulla sua pelle che cosa significa. È un padre di buona famiglia ma con origini contadine e quindi è duro, e allora quando tutti rifiutano l’ipotesi del satanismo, meglio morto che nella setta, da solo decide di andare avanti e per andare avanti deve entrarci dentro.
Quali sono i tempi della trasposizione al cinema di Mani Nude?
Non lo so. Lo ha comprato una grande casa di produzione italiana, però siccome loro non lo hanno ancora annunciato, non è carino che lo annunci io. Dico solo che il film si fa e il regista c’è.
Vorrei tornare sul versante fumetto: com’è stato entrare nel meccanismo della più grande casa editrice di fumetti in Italia?
Io sono stata sicuramente facilitata dall’essere stata una lettrice di Dylan Dog da subito, è uscito nel 1986 e io forse ho iniziato intorno al 1988 a leggerlo, e quindi conoscevo bene il personaggio e lo amavo e questo già mi dava tanti strumenti. Sceneggiare rispetto a una scrittura libera è come imparare un’arte marziale rispetto a correre. È piena di paletti, di regole, ogni pagina ha il suo ritmo, deve avere la sua apertura e la sua chiusura di dialogo che però per ogni vignetta non deve superare una certa quantità. Sono molte regole difficili da imparare, mandarle a memoria in modo da saperle usare bene è difficilissimo, per usarle in automatico ci vuole del tempo. Io ancora oggi devo tenere d’occhio un paio di cose che mi sfuggono.
Come è stato l’impatto di una donna in un ambiente e in un ruolo prevalentemente, sebbene ciò che oggi è la Bonelli sia stato fondata da una donna?
L’ambiente maschile, femminile o neutro io non l’ho sentito, per il semplice fatto che ognuno lavora a casa sua. Forse me ne sono resa conto nelle varie fiere e nei vari incontri, anche se ora le disegnatrici sono molto aumentate, in Bonelli non sono ancora tante quante nelle altre case editrici, ma ce ne sono alcune molto valide. C’è sempre una certa spocchiosità nei confronti del fumetto da parte delle donne che scrivono, come se il fumetto venisse considerato, erroneamente, arte minore. Le donne se scrivono devono scrivere romanzi, racconti o qualcosa che comunque sia superiore al fumetto. Ed è un errore. Perché il fumetto è un’arte che se imparata consente di fare tutto, anche il giornalismo, impari a scrivere dentro uno schema rigoroso con dei paletti talmente fitti che quando ne hai solo due sei serenissima.
Sei uscita da poco con il tuo primo romanzo a fumetti per Bonelli: qual è stato l’iter per lavorare su Sighma che è un romanzo a fumetti molto complesso?
Il romanzo a fumetti è stato sfortunato per me, ma fortunato per le vendite e per l’accoglienza dei lettori. Era un’idea che io e Stefano Casini, il disegnatore, avevamo avuto a Lucca nel 2003 e ci eravamo divertiti a raccontarcela senza pensare che si sarebbe mai realizzata. Quando sono venuti fuori i romanzi a fumetti l’abbiamo proposta ed è stata accettata e poi io sono rimasta incinta. Scrivere in gravidanza non è possibile per certe donne, perché devono stare sdraiate, come successo a me per tutta la gravidanza. Ho provato a rimediare con la dettatura, ma con il fumetto, a differenza che per la scrittura libera, non può funzionare: devi avere d’avanti la fisicità della schermata. Ho perso moltissimo tempo io e ho fatto perdere moltissimo tempo al disegnatore. Poi per motivi redazionali l’uscita è stata anticipata e mi sono trovata a fare una prima parte con tranquillità, ponderando tutto, una seconda parte correndo come una pazza e una terza parte con la stessa calma della prima. C’è una parte centrale che avrei potuto fare meglio. Poi queste sono pignolerie che mi dico io, perché nessuno mi è venuto a dire che il ritmo rallenta. Sono io che dico che il ritmo rallenta. Proprio la parte centrale è la più forte. È quella in cui lui trova la matassa... C'è un punto d’incontro tra Sighma e Mani nude, cioè l’inconsapevolezza di Davide è molto simile a quella di Sighma ed entrambi finchè rimangono inconsapevoli provano una paura fortissima, poi nel momento in cui sanno cosa gli succede cominciano a fare paura.
Il protagonista di Mani nude è un discorso a parte. Faccio fatica a chiamarlo Mani nude. Il titolo doveva essre Batiza e basta. Ho scelto un ragazzino di sedici anni basandomi su due ragazzi. Fisicamente sul Davide Bergamaschi che poi ha fatto il book trailer, mentalmente a un ragazzino di tredici anni a cui ho fatto da baby sitter, piccino, cicciotto, bambinissimo, tanto infantile, ed io ero preoccupata per lui che al liceo sarebbe stato massacrato. Era tondo, paffuto, guardava i cartoni animati e l’idea del sesso femminile non gli passava neanche per l’anticamera del cervello. Ero davvero preoccupata perché non l’avrei più seguito. Due anni dopo, lavoravo in piazza, ho visto un uomo che mi si avvicinava, e dentro di me dicevo “che bello che è”. Solo quando è stato molto vicino ho riconosciuto il mio bambino, che si chiamava Andrea. Mi ha raccontato che tra i tredici e i quattordici anni al mare ha avuto l’alzata. Quindi lui, con la testa da bambino, è entrato al liceo come il più alto di tutti, il più grosso di tutti e nessuno gli ha dato fastidio, ma è rimasto piccolo. Era splendido, giocava a basket, ma parlava ancora di Dragonball e delle partite, era ancora un bambino. Allora io ho pensato a cosa succederebbe se uno prendesse Andrea e lo mettesse in un ambiente del tutto corrotto, maturo, adulto, crudelissimo, lui che non era pronto neanche alla prima pomiciata, anche se chiaramente l’aveva già avuta con la più bella della scuola senza doversi neanche porre un problema. Mi sono chiesta che cosa ne sarebbe stato di lui se gli avessero messo in mano un coltello o una pistola o una pista di cocaina, a lui che era vergine del mondo nel senso più pulito. E così ho creato questo Davide Bergamaschi che compie sedici anni nella prima pagina del libro, ma che sembra ne abbia diciotto o venti, perché è bello, perché ha fatto basket, ma che ha questa inconsapevolezza che consente al co-protagonista Minuto di farne quello che vuole, perché non essendosi mai fatto domande prende per buone tutte le risposte. Lui passa tutto il libro a fare domande, proprio come i bambini, a chiunque, non importa se è uno degli altri assassini, se è uno dei suoi compagni, se è un guardiano, lui fa domande perché non sa niente della vita. E quando arriva alla fine del libro, in fondo, un po' questa inconsapevolezza è rimasta, perché non si è mai dato una risposta da solo, ha sempre avuto le indicazioni agli altri. E nel momento in cui lui rimarrà solo ci sarà questa perdita di ogni direttiva di qualsiasi genere, l’unica cosa che vorrà sarà tornare all’origine delle domande, da dove era scappato, perché il mondo non ha posto per lui, vorrà tornare da dove era scappato perché non ce la farà più a farsi il suo percorso, perché lui ha il percorso di un altro nella testa e non è più innocente per cui non può più partire da zero e farsi un suo ragionamento.
Sighma forse è esattamente il contrario: è un colpevole, che si risveglia innocente e che riscopre la sua colpevolezza...
Davide è un innocente che prende atto che uccidere è una cosa buona e giusta e quindi lui continua a farlo come cosa buona e giusta. C’è una parte del romanzo che io amo molto. Nella parte terminale del romanzo incontra una ragazzina normale e si innamora di lei, semplicemente perché lui ha diciotto anni, ma ha già fatto di tutto, tra cui molti snuff movie. Improvvisamente non vuole toccarla perché per lui vuol dire strangolarla, ammazzarla, stuprarla, non conosce un altro modo, non sa fare niente in un altro modo, non sa neanche farle una carezza in un altro modo. Mentre lei, ovviamente, ragazzina, anzi, intraprendentissima, gli dice di fare, mentre lui le dice solo di spogliarsi e di farsi guardare, così usa solo gli occhi e non le mani, perché lui non sa fare niente.
C’è molto entusiasmo nelle tue parole...
È perché non faccio niente che non mi interessi.
Quella del noir è un a comunità all'interno della quale ci si incontra, si parla, ci si confronta. Come vivi tu questa particolare dimensione?
Non so cosa dirti. Ho conosciuto pochi scrittori e poche scrittrici, ho incontrato poche persone ma tantissimi personaggi. Ho conosciuto personaggi, come Pinketts, estremi e costruiti bene, che poi erano persone magnifiche, e poi ho incontrato personaggi che avrebbero dovuto essere più vicini a me, che erano l’artefatto, non saprei dirvi come sono o che cosa pensano. Ma anche scrittori e scrittrici che si autoproducono, che non vendono tantissimo. In un piccolo festival, a tavola, si dovrebbe parlare. E invece c’è tutto questo teatro che per me è talmente faticoso che non ci provo neanche. L’unica volta è stata con una giovane scrittrice che mi ha tanto provocata che l’ho massacrata. Ero con un mio amico a cui ho detto: “faccio la Barbato adesso”,
È una banalità terribile, ma le persone carine sono sempre i più grandi. Io ho incontrato una volta sola Umberto Eco ad una festa della Rizzoli, mi hanno spintonato in cinquanta per andarlo a salutare, io ero terrorizzata, sapevo che leggeva Dylan Dog, sono andata lì mentre stava andando via e gli ho detto: “Signor Eco, sono Paola Barbato, sto per pubblicare un romanzo, srivo Dylan Dog, sarei cretina se non venissi a salutarla.” E lui mi ha detto: “Carissima, come sta il nostro amico Tiziano?” mi ha augurato tante buone cose per Natale, mi abbracciata, baciata su tutte e due le guance e mi ha fatto tanti auguri per l’uscita del libro.
Nell’ambiente della scrittura sei calcolato più o meno, ma nell’ambiente del fumetto sei osannato, o ferocemente odiato, si aprono i forum contro di te…
Puoi parlarci del booktrailer che è stato realizzato per Mani Nude?
Il mio collega Roberto Recchioni, il creatore di John Doe, mi ha segnalato il regista che ha girato il booktrailer che, nato in stile Armata Brancaleone, è stato poi interpretato da Ennio Fantastichini e Ludovico Fremont. Quando è venuto Fantastichini sul set eravamo pietrificati e io ieri quando ho mandato gli sms per il premio , ho ricevuto come prima telefonata quella di Mimosa Campironi, che è quella che ha fatto Annalisa, e come seconda l’esplosione di gioia di Fantastichini che è un attore immenso. Durante la lavorazione mangiava, chiacchierava, poi scendeva per girare e diventava Minuto, mi faceva paura.
Per fare Batiza avevamo contattato un ragazzo di Amici che poi, dopo aver accettato, non ci ha più risposto al telefono. Poi avevamo un attore bellissimo che invece non abbiamo mai più sentito. E poi questo Giovanni, apprendista fumettista, che continuava a telefonarmi promettendo di fare palestra. Io gli dicevo che non aveva le spalle. Alla fine ci ha mandato le foto a torso nudo e lì ho capito di non essere in grado di valutare gli esseri umani. Poi è arrivato con le sue belle spalle larghe, alto il suo metro e ottanta, bello come il sole, perfetto, con i capelli un po’ lunghi, sembrava un sedicenne perfetto. Da lì è passato un mese, perché l’attore che doveva fare Minuto ci ha ripensato. Dopo un mese è tornato e, a sorpresa di tutti, aveva i pettorali e gli addominali. Aveva mangiato come un pazzo, corso e fatto palestra. Ed era diventato il Batiza finale del libro. Noi però eravamo disperati perché non trovavamo Minuto. Poi un amico, Lorenzo Bartoli, dicendo di fare due telefonate, ha contattato Fantastichini. In una settimana Ennio è venuto, chiedendo soltanto che io gli parlassi per ore del personaggio perché non aveva tempo di leggere il libro. Quando è arrivato e li ho visti recitare insieme ho capito che erano stati Batiza e Minuto a scegliersi un corpo e non avevamo deciso noi. Perché erano perfetti. Mi sbagliavo io, che pure li ho inventati.
Il regista si chiama Mauro Uzeo e lavora per la Rainbow che fondamentalmente fa film d’animazione, è la casa di produzione delle Winx, lui è molto bravo, ha fatto un lavoro impressionante che manderemo anche al fastival del Booktrailer a Messina e al festival europeo dei booktrailer. Credo sia il primo fatto con attori professionisti.
È una cosa nuova e le cose nuove mi hanno sempre interessato moltissimo.
Una cosa nuova è anche il cinema che affronterai con la trasposizione cinematografica di Mani Nude. Cosa ti aspetti da quest'esperienza?
Mi auguro che la casa di produzione mi offra la partecipazione alla scrittura della sceneggiatura. Intanto continuo a fare il mio Dylan Dog di cui ho tanta nostalgia. Mi piacerebbe fare una miniserie a fumetti o scrivere un altro romanzo, ma la cosa fondamentale adesso è Dylan, perché mi manca, ormai è una parte della mia vita.
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