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21 maggio 2012  



  • Letture - Fumetti - Interviste
  • Agenti segreti e disfunzioni amorose. Intervista a Miguel Ángel Martín
di Andrea Grieco


Non ci stanchiamo mai di parlare di Miguel Ángel Martín, colui che al momento consideriamo uno dei più grandi esponenti dell'arte sequenziale nel mondo. In questa amabile conversazione, l'artista iberico ci racconta gli ultimi lavori pubblicati in Italia: Playlove e Keibol Black

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Straordinaria coincidenza editoriale quella che vede l’uscita contemporanea di due magniloquenti volumi dedicati alle storie di Miguel Ángel Martín: la raccolta completa delle psicotroniche avventure di Keibol Black, uno dei primissimi personaggi partoriti dalla fervida e inquietante immaginazione dell’artista iberico, ora pubblicate dalla Coniglio Editore, e quella che al momento rappresenta in ordine di tempo l’ultima opera di Martín, Playlove, data alle stampe dalla Purple Press. Un sincronismo che rappresenta un’occasione eccezionale per il lettore italiano, che può così misurare la distanza stilistica che separa due tappe fondamentali di un percorso articolato e mai rassicurante.
Apparso per la prima volta nel lontano 1987 sulle pagine del giornale La Crónica de León, Keibol Black è un chiaro omaggio di Martín a quel cinema exploitation che, prima di eclissarsi del tutto, fece in tempo a conquistarsi una nicchia di rilievo nel circuito dell’home video, e quindi a seminare umori malsani tra nuove generazioni di spettatori in piena esplosione ormonale e di sicuro non allineati col sistema. Non c’è (sotto)genere che il nerboruto agente speciale al servizio di oscure agenzie filogovernative non attraversi, e la brutalità e il cinismo con cui risolve invariabilmente missioni belliche, rapine a opera di squilibrate bande di reietti e i più improbabili casi di invasioni aliene, complotti scientifici e persino la minaccia nucleare, sono la prima esternazione della proverbiale carica provocatoria dell’autore.
Disegnate con un tratto ancora acerbo e debitore di molteplici influenze, benché già del tutto improntato verso quella definizione conturbante del contesto urbano e futuristico che rappresenterà uno dei marchi stilistici di Martín, le storie di Keibol sono ancora oggi estremamente folli e godibili. Ma è con Playlove che l’ideatore di capolavori come Psychopatia Sexualis e Brian the Brain raggiunge una nuova, straordinaria vetta espressiva.
Protagonista di questa graphic novel è la bella Ari, una ragazza che, in crisi per aver perso il lavoro e l’uomo che amava, intesse una relazione con il misterioso Dani, che sembra capace di sciogliere il suo mal de vivre. Apparentemente una storia sentimentale tra teenager rampanti, lontana dalle situazioni estreme che hanno reso celebre il nome di Miguel Ángel Martín, ma le pagine di Playlove sanno essere altrettanto insopportabili perché descrivono in maniera sottile, ma inequivocabile, un mondo disumanizzato. Come un implacabile antropologo Martín effettua una radiografia delle dinamiche relazionali e vi svela l’epocrisia e lo squallore che esse celano, grazie a un disegno arioso e pulito come non mai: tavole da cui si sprigiona un nitore abbacianante e irritante, che definisce quell’atmosfera da acquario in cui nuotano esseri disorientati e dal cuore di tenebra.
La copertina di Keibol Black edito in Italia da Coniglio editore
In Keibol Black si riscontra un disegno che ancora omaggia quelle che sono state le tue influenze iniziali, puoi parlarci degli autori che pensi ti abbiano tanto affascinato da farti decidere per la narrazione a fumetti?
Ciò che del fumetto mi ha sempre davvero affascinato sta in quel suo riuscire a narrare in vignette e la possibilità di creare mondi unici. Quando ero un bambino leggevo senza fermarmi i vecchi fumetti di mio padre: edizioni argentine di Flash Gordon, Krazy Kat, Topolino e altri classici americani.

Le storie di Keibol Black dichiarano un’evidente frequentazione con il cinema di genere, che rapporti hai con questa forma espressiva?
Mi piacciono tantissimo i B-movies e penso che questo sia il mio piccolo omaggio nei loro confornti. Mi sembra che i film di “serie B”, soprattutto per quanto riguarda certe pellicole realizzate tra gli anni Settanta e Ottanta, abbiano meno pregiudizi e più libertà espressiva e creativa rispetto alla produzione mainstream. Oggi è diverso perche il senso dello humor si è perso.

Tra Keibol Black e Playlove ci sono state molte tappe importanti, vorresti elencarci e spiegare quelle che tra le tue opere segnano passaggi fondamentali di questo percorso?
La cosa più importante è che da quando ho iniziato sono trascorsi più di vent’anni! E sono diventato più vecchio, ma non sono sicuro che sia più saggio. (ride) Sono sempre stato un autore in continua evoluzione, interessato ad affrontare temi disparati. Una fase eccezionalmente prolifica per me è stata quella degli anni Novanta, quando collaboravo per il magazine El Vibora, e contemporaneamente disegnavo le strisce di Kyrie, Nuovo Europeo per il giornale La Cronica di León (la mia città natale), e poi per diverse fanzine quelli che diventeranno i comic books di Brian The Brain (incluse le storie delle serie Bug e Life Fading) e anche di Snuff 2000. Questo è la riprova che il mio percorso evolutivo non è consistito nel passare dal disegnare fumetti “hardcore” ad altri più “amabili”. Ho fatto tutto contemporaneamente.
La copertina di Playlove edito in Italia da Purple Press
La tua ultima storia, Playlove, rasenta il capolavoro: l’essenzialità del tratto si addice perfettamente all’algida e spietata umanità che descrivi. Qual è stata la genesi di questo splendido libro?
Questa storia l’avevo inizialmente concepita come un soggetto cinematografico, ne avevo scritto quattro versioni, solo successivamente è maturata l’idea di adattarla al fumetto. L’intuizione di partenza era quella di parlare d’amore, ma muovendo da un punto di vista completamente nuovo, senza autocompacimento né pacchianeria, come invece è usuale fare nella maggior parte dei fumetti contemporanei.

Trovo che ci siano delle analogie tra Neuro Habitat e Playlove, in entrambi si aggirano personaggi alienati. Quali sono i motivi di questa condizione?
Una constante di tutti i miei fumetti è la lotta dell’individuo all’interno del gruppo per non perdere la propia identità. Io penso che i miei personaggi, più che degli alienati, siano dei sopravviventi: comunque esseri umani, non bestiame.

Eppure nei tuoi racconti questa insensibilità si svela attraverso creature a loro modo “candide”, ancora desiderose di rapportarsi con trasporto verso gli altri, penso a Brian e adesso alla Ari di Playlove...
Brian o Bitch sono figure "candide" è vero, ma non credo la stessa cosa di Ari di Playlove. Ari è una ragazza più convenzionale che vuole una vita normale e non disdegna di rivolgere il suo affetto verso un ragazzo precedentemente disprezzato solo perché scopre che il suo amore idealizzato, in realtà, è un bluff. Questo non è affatto né romantico né candido.

In Spagna hai collaborato con numerose e diverse realtà, e ultimamente si sta infittendo la tua attività con la casa editrice Rey Lear, per la quale hai illustrato le copertine di diversi libri. Che rapporto cerchi tra il disegno e il contenuto di un romanzo scritto da altri?
Artisticamente parlando sono sempre me stesso. Io cerco in questi casi di realizzare la mia personale interpretazione del romanzo. Non saprei fare altrimenti...
La copertina originale di Hola, mi amor, yo soy el Lobo... di Luis Alberto de Cuenca
Sempre per la Rey Lear hai corollato di deliziosi disegni le pagine del libro di poesie Hola, mi amor, yo soy el Lobo... di Luis Alberto de Cuenca. Non conosci freni e trovi sollecitazioni da ogni mezzo espressivo.
Come dicevo prima, sono un autore in continua evoluzione e cerco sempre altri mezzi espressivi per raccontare nuove storie. Per me è stato un vero piacere illustrare questo libro perché ho scoperto molti punti in comuni con Luis Alberto, un personaggio molto importante della cultura spagnola, e del quale sono diventato un buon amico. A proposito, le sue poesie sono state tradotte anche in italiano.







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