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di Andrea Grieco


L'antidoto alla visione passiva: Bill Viola purifica gli occhi dello spettatore con acqua e fuoco, per poi iniziarlo alla fruizione consapevole di immagini dalla forte carica emotiva

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La vista è di certo il senso di cui oggi maggiormente si abusa, continuamente sollecitato dalle rifrazioni dei sempre più invasivi sistemi di riproduzione che con i loro assalti immaginifici affascinano, ghermiscono, distraggono, confondono e che con il loro incessante lavorio agiscono per formare uno sguardo spregiudicato, indisciplinato, svogliato, decerebrato. L’occhio contemporaneo è smodatamente stimolato, eccessivamente sfibrato, costantemente offeso, e a questo sempre più accellerato e irreversibile processo di desensibilizzazione dello sguardo, molto cinema e l’arte tout court non sono estranei. La frenesia mediatica, nella smania di mostrare tutto, acceca: l’atto del vedere smette di esercitare la propria funzione critica per abbandonarsi a un’euforia idiota che si fa pericolosa e inquietante Zeitgeist.
In questo scenario desolante lavora indefessamente a un antidoto Bill Viola, l’artista di origini italiane del quale fino al 6 gennaio il Palazzo delle Esposizioni di Roma ospita la più grande personale mai tenuta in Europa.
La frequentazione e la sperimentazione con le più avanguardiastiche tecniche visive e sonore, hanno consentito all’autore di agire sulle forme dello spazio e del tempo per sondare la fenomenologia dei sentimenti e delle emozioni, disegnando una mappa delle categorie dello spirito che salvaguarda le facoltà interpretative e vitali della percezione.
Il percorso organizzato nelle sale romane esplicita sin da subito l’invito di Viola all’abbandono di tutte le predisposizioni culturali da cui siamo indelebilmente definiti per poter scorgere e sentire la polla primordiale, da cui attingere la sostanza con cui riattivare i centri sensibili che altrimenti rischiano la totale avaria.
The Crossing, Bill Viola The Crossing, Bill Viola


Il dittico The Crossing, opera risalente al 1996, visualizza in maniera chiara e suggestiva il concetto necessario di azzeramento totale, in questo caso ad opera dei due elementi naturali dell’acqua e del fuoco, di tutto ciò che rappresenta e sostanzia oggi colui che si è ridotto al solo simulacro umano: in uno spazio indistinto, sospeso, avanza in gravida slow-motion la figura che di lì a poco si annullerà prima nell’impeto di una fiamma e poi nello scrosciare di una cascata.
Ad atto purificato avvenuto, lo spettatore, che nel frattempo si è sintonizzato sulle frequenze meditative dell’artista, può finalmente intraprendere il cammino di rialfabetizzazione emotiva e sensoriale tracciato con le installazioni che negli anni hanno consacrato Viola come uno dei più sorprendenti e indispensabili poeti contemporanei. Opere concepite con l’uso preponderante, ma paradigmaticamente impercettibile, del digitale, che anziché affermare una supremazia sulla gamma dell’articolazione del possibile visibile, viene da Viola declinata nella sua componente più discreta e “umanistica”, legittimando così l’ascendenza del mezzo alla tradizione artistica sia occidentale che orientale. Una concezione etica che accomuna, pur nella peculiarità delle singole manifestazioni estetiche, Viola ad altri cantori della videoarte come Zbigniew Rybczyński e il collettivo Studio Azzurro, tutti intenti nella formulazione di un nuovo codice linguistico che, a dispetto dei dispotivi tecnologici di cui si avvale, aiuti il fruitore nella riappropriazione di stati d’animo e attitudini interpretative che latitano.
Emergence, Bill ViolaSintomaticamente, le toccanti narrazioni di Emergence e The Greeting ribadiscono nella composizione dello spazio e della figura umana la loro ascendenza classica, a cui le potenzialità manipolatorie dei pixel conferiscono un nuovo statuto espressivo e concettuale, trasfondendo nello spettatore quella pietas che aprioristicamente, ed erroneamente, sembra essere estranea al mezzo digitale. La ricerca di Bill Viola ha tra i suoi obiettivi quello di educare e guidare lo sguardo verso quella tensione interiore da cui si sprigionano tutti gli stati pulsionali, che rendono eccezionali e formative le modalità percettive di cui la macchina umana è dotata: Catherin’s Room, ad esempio, riesce nell’intento di ridefinire i ritmi delle stagioni; Four Hands esorta alla comprensione di ogni apparato segnico, come quello dei mudrā, gli antichi gesti simbolici utilizzati nella pratica dello yoga; con Departing Angel si assiste all’apparizione dalle profondità di un amniotico abisso di una nuova creatura, ormai in grado di intendere e agire sia sul piano fisico che trascendente. Dopo questa ancestrale epifania, alla quale corrisponde una trasmutazione della sensibilità dello spettatore, è possibile cogliere tutta la tragica sacralità racchiusa in un volto, come dimostrano i “ritratti in movimento” di The Locked Garden, Anima e Dolorosa, che nel loro rallentare fino all’inverosimile e quasi all’impercettibile le funzioni emotive del riso e del pianto, le lasciano erompere come non mai. E solo così le si riconosce per davvero.
Un’esperienza che porta con sé una carica tragica, come si evince dalle espressioni e gesti degli uomini e delle donne che si affacciano in Observance, e che nel rivolgersi a un fuori campo coincidente proprio con lo spettatore attonito, rivelano in un lacerante silenzio l’angoscia che accompagna un evento luttuoso: la scoperta del sé è il vero atto fondativo, benché straziante, dell’opera di Viola.
Departing Angel, Bill Viola





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