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21 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • Lasciami entrare
di Ilario Pieri


Una fiaba tetra, lontana dagli schemi conosciuti e già calcati, ma vicina alle profondità dell'animo umano

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“Se vi interessano le storie a lieto fine, è meglio che scegliate un altro libro. In questo non solo non c’è lieto fine, ma nemmeno un lieto inizio, e ben poco di lieto anche nel mezzo”. È mai possibile iniziare una fiaba così? Sì, se l’autore si chiama Lemony Snicket.
Se questo triste incipit dovesse non bastarvi, tuffatevi allora tra le pagine di un romanzo più maturo, certamente destinato a un pubblico di piccoli adulti: Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist che si apre invece nel modo seguente: “Blackeberg. Fa pensare a quei dolci rotondi di pasta di cocco, magari fa venire in mente la droga. Una vita decente. Si pensa alla metropolitana, ai sobborghi. Poi probabilmente non viene in mente nient'altro”.
Dove sono finiti i c’era una volta, le foreste verdeggianti e i canti d’usignolo? Speriamo in soffitta e per sempre! L’opera si approccia al modello fiabesco in modo del tutto inusuale: figlio delle avventure fantastiche e dei casi impossibili, il testo presenta sempre toni crepuscolari, spenti, appena sostenuti dalla flebile luce del sole proiettata su una terra fredda.
La copertina di Lasciami entrare edito in Italia da MarsilioIl giovane autore narra le vicende di un incontro speciale fra Oskar ed Eli, un essere umano e un vampiro. Ma quante ne abbiamo sentite su non morti provenienti dalla più profonda oscurità dell’Europa, pronti a banchettare con le giugulari di incolpevoli ospiti caduti nella trappole di immonde creature bramose di carne e sangue. Leggende di pallidi amanti dai canini affilati continuano a tormentare le pagine di opere audaci e a infittire lo schermo dei cinematografi di tutto il globo, prestandosi alle più disparate rivisitazioni. Questo racconto giocato sulla ricostruzione del mito vampiresco (evitando gli sterili sentimentalismi di recenti besteller americani) accompagna il lettore verso nuovi lidi, disegnando un mondo spietato, feroce, egoista e balordo, dove due anime in pena (un dodicenne vessato dall’odio dei coetanei e una fanciulla dalla scura chioma e gli occhi grandi come il lupo di Charles Perrault) entrano in contatto. Lo scenario è la Svezia (periferia a ovest di Stoccolma) degli anni Ottanta, imbarbarita da un’immensa desolazione ai piedi di inguardabili mostri di cemento: in un luogo tanto tetro, definito con cenni di glaciale realismo minimalista, inedito per un racconto d’oltretomba, si intersecano le vite di un nugolo di personaggi reietti, a cominciare dalle figure marginali perdute sul ciglio della strada e schiave della bottiglia.
Lasciami entrare è anche e soprattutto un'originale love story, un racconto di formazione tipico di certe culture a noi lontane e a volte incomprensibili: si pensi alle creazioni dei berlinesi fratelli Grimm tradotte nei fin troppo edulcorati adattamenti targati Walt Disney, in origine assai più crude e disperate. Lindqvist, creatore a tutto tondo (vanta trascorsi in teatro e in TV, oltre a una stramba attività di prestigiatore) si muove con eleganza nelle zone d’ombra del suo malinconico viaggio: la solitudine e lo smarrimento degli adolescenti, infatti, vengono dipinti con acume e rara intelligenza, lontani secoli dalle svagate icone pop maledette del recente successo d’oltreoceano.
Lettura consigliata per chi non si accontenta di vivere solo nelle ore diurne e per chi, abbandonandosi a Morfeo, si culla nell’eco di una bislacca ninna nanna, memore che potrebbe anche risvegliarsi altrove.





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