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21 maggio 2012  



  • Letture - Fumetti - Comics
  • Hiawata Pete
di Andrea Grieco


Personaggi psicotici e iperattivi sono al centro di questa comic strip visionaria e futurista che acquista un fascino tutto nuovo nella sua versione ricolorata

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Se non avete mai letto un volume di Francesca Ghermandi vuol dire che sino ad ora siete vissuti lontani da questo mondo, in uno parallelo ad esso, o molto più probabilmente che vi siete lasciati sopraffare da quello nostro, dall’incosistente caoticità che lo pervade, dagli imbonitori mediatici che gli fanno da ancelle, dal baillame oggettistico che lo sommerge. Condizione preoccupante, è vero, ma niente di cui meravigliarsi; d'altronde l’autrice bolognese sguazza in questa sfasatura e apre varchi che rappresentano la spiazzante alienità che soggiace al vivere postmoderno. E le avventure di Hiawata Pete, ambientate in città e luoghi il cui unico segno distintivo è l’affastellarsi disordinato e impazzito di tutto il bric à brac commerciale che invade lo spazio d’azione contemporaneo, rendono tutta la schizoide fragranza del districarsi odierno dell’homo urbanus.
Il papero che mutua il nome, storpiandolo, da una tribù indiana, rivede adesso la luce grazie a questa ristampa per quelli della Coconino, che per l’occasione ha permesso alla Ghermandi di intervenire sulle tavole originali per colorarle; così facendo esse acquistano una maggiore complessità plastica e si apprestano a fare nuovi proseliti. Ad arricchire ulteriormente queste storie dominate dal ritmo da slapstick comedy in acido, sono una presentazione sopra le righe di Daniele Luttazzi, un’approfondita intervista di Igort all’autrice e una serie di bozzetti e schizzi che testimoniano il certosino processo di elaborazione del personaggio. E dopo un apparato propedeutico tanto corposo e sapido, sarete pronti ad entrare nel “mondo gomma” di Hiawata Pete, lo stesso universo abitato dal gatto sceriffo Helter Skelter, Joe Indiana, Pastil e tutta la fratta neopop scaturita dalla fervida immaginazione della Ghermandi, che lascia aggirare questo Duffy Duck allampanato e disastroso nei meandri di una metropoli futurista nei cui appartamenti, saturi dell’oggettistica dell’industrial design, si consumano le allucinate e disfunzionali peripezie del palmipede.
Allora ecco, con al seguito il perspicace e inaffidabile cane Winnebago, l’esagitato papero affrontare ologrammi pubblicitari, elettrodomestici invasati, iperproteiche piante carnivore, porno mucche e un antagonista come ogni fumetto che si rispetti richiede, Millevolti, un infido e malefico predicatore catodico che vuol liberare il mondo dai salumi e dagli insaccati.
La copertina di Hiawata Pete edito da Coconino Press
Francesca Ghermandi usa matite e pennarelli come fossero frullatori, con i quali sminuzza e shakera l’immaginario cartoonistico e, novella Tex Avery, concepisce storie che sfidano e mandano in frantumi le leggi della fisica, imprimendo una cadenza forsennata alle anarchiche avventure dello scapigliato, ma malamente sprovveduto Hiawata.
A rendere ancor più eccitante e curiosa la narrazione è la scelta della dimensione della comic strip, inizialmente adottata per esigenze di pubblicazione, poi inesorabilmente piegata dalla Ghermandi a uso e consumo del suo eclettismo e della sua visionarietà. Nelle mani dinamitarde dell’autrice vengono infrante le regole compositive che sottendono le poche vignette previste dalle strisce, e pian piano crollano le dinamiche spazio-temporali previste da questa classica e quasi anacronistica pratica dell’arte sequenziale; così si avvia una sarabanda di riferimenti figurativi che mandano in solluchero il lettore. Surreali situazioni si rincorrono in ogni anfratto dell’architettura piranesiana delle pagine della Ghermandi, e per l’occhio è un salutare esercizio districarsi tra torsioni e volute con cui il suo disegno modella gli iperattivi e psicotici personaggi.
La malsana gigioneria delle pellicole di Terry Gilliam e l’esiziale rarefazione di senso delle pagine di Franz Kafka rappresentano due coordinate virtuali entro cui iscrivere l’attitudine espressiva della fumettista e illustratrice, già atterrata nelle terre meno ilari e più lugubri di Grenuord. Voi di che mondo dicevate di far parte?





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