• Visioni - Cinema - Recensioni
  • Lasciami entrare
di Federica Aliano


Un racconto d’amore e di disperata solitudine, elegante e minimale, che ha fatto già innamorare il pubblico del Tribeca Film Festival

Immagine

Se nel vostro immaginario persiste, ben radicata, la figura del vampiro affascinante, ricco e di gran classe, che seduce con i suoi modi irresistibili, dimenticatela. E se, altresì, siete stati coinvolti ultimamente da racconti di vampiri teenager che si innamorano di maldestre umane, rimuovetele. L’incontro tra Eli ed Oskar ha ben poco di seducente e la vampira bambina di certo non sceglie la vita del dandy benestante. Se devi vivere per sempre, l’immortalità può essere una condanna. Ecco che allora la succhiasangue dodicenne se ne infischia totalmente dello stile di vita, riducendosi a una realtà di pura sussistenza, scarna ed essenziale, in un quartiere periferico svedese, reclusa in un appartamento con pochi mobili vecchi e cadenti, e anziché scegliere una cassa in pregiato ciliegio che potrebbe assomigliare a una bara, dorme nella vasca, sommersa in puzzolenti coperte consunte. Non si lava la piccola Eli, le sue unghie sono sempre sporche, i capelli unti; non ha nessuno per cui farsi bella, almeno fino a quando non decide di andare a trovare Oskar.
Con uno stile minimale ed effetti speciali lontani anni luce dagli sfarzi di Hollywood, piazzati discretamente solo dove serve e mai gratuiti, Lasciami entrare riporta alla luce alcuni archetipi vampireschi che con gli anni sono andati quasi dimenticati. Come il fatto che un vampiro non può entrare in casa di un umano se non viene da questi esplicitamente invitato a farlo. Questo aspetto, recentemente riesumato dalla bella serie televisiva True Blood, la dice lunga sulle presunte vergini dall’animo candido che venivano deflorate e trasformate dai vampiri nella letteratura più classica...
Ma soprattutto il film, che abbraccia nello stile e nel ritmo del racconto tanta letteratura neogotica ed è capace letteralmente di far impazzire gli amanti di questo genere, riesuma dall’oblio la figura dell’abnegato, ossia quell’essere umano che si dedica completamente e senza alcuna riserva a un vampiro in particolare, accudendolo in tutte le sue necessità. L’abnegato non è lo schiavo di cui il vampiro si nutre senza ucciderlo e senza mai trasformarlo, sorta di dispensa di sangue per periodi di magra, che solitamente muore quando non serve più; è colui che per scelta personale ferebbe qualsiasi cosa per il proprio vampiro, amato sopra ogni cosa, senza mai chiedere nulla in cambio. Una figura simile sì è avuta negli ultimi anni solo tra le pagine del bonelliano Dampyr, con il poeta anarchico innamorato della bella maestra della notte Araxe; per il resto, sembrava ormai dimenticata ed è solo grazie all’autore del romanzo da cui il film è tratto, John Ajvide Lindqvist, che torna alla luce. Tra le pagine la sua funzione lascia trasparire più chiaramente un tornaconto sentimentale, che esce spesso e volentieri dagli argini che separano l’amore dalla pedofilia, mentre nel film questo aspetto è più fumoso e raffinato.
L’inquetudine che nello spettatore sale sempre di più aumenta grazie alla scelta di costumi e scenografie dimessi, luoghi sporchi e popolati da beoni e ignoranti, solitudini che si sostengono a vicenda, come finiranno poi per fare anche Eli ed Oskar. Ed è magnifico che mai, nemmeno per un attimo, si tenda a fare dei facili moralismi sulla necessità di uccidere. Non a caso, le vittime sono spesso degli innocenti, anche minorenni, senza alcuna differenziazione.
E se, come sostiene l’autore del libro, Eli salva Oskar dalla sua esistenza caotica e senza luce, è anche vero che Oskar fa lo stesso con lei. La vita della vampira potrebbe essere sfarzosa, ma le ragioni che dovrebbero motivarla le sfuggono, o forse non sono mai esistite. Finchè Eli non si rimette in gioco, non trova un nuovo amico che possa comprenderla, qualcuno disposto a tutto pur di stare con lei.
È un racconto di disperazione, di isolamento umano, di empatici sentimenti e animi messi a nudo. Eli non si vergogna di mostrarsi per quello che è, non ha timore di farsi vedere sporca o sanguinante, non nega neppure per un istante di essere un mostro assassino. E la messa in scena asciutta ed essenziale non fa che sottolineare questo aspetto, la figura del vampiro come reietto disperato, sottoprodotto di una società che lo teme e pertanto lo rifiuta negando la sua stessa esistenza, anche quando è evidente.
E se gli adolescenti bulli sarebbero capaci di atrocità indicibili, gli adulti non esiterebbero un solo istante dal commettere un infanticidio. Perché non esistono i buoni e i cattivi, ma solo la necessità di restare al mondo. Possibilmente con qualcuno al proprio fianco.






Commenti (7)

Inserisci il tuo commento

Immagine con il codice di verifica