Una pagina misconosciuta della storia israeliana, una potentissima esperienza visiva ed emozionale, un grande esempio di cinema, con l’unico difetto di eccedere un po’ nel didascalismo
Combinare l’affresco storico-politico con l’autobiografia intima attraverso l’animazione, apparentemente la forma espressiva più lontana dal realismo, che invece si rivela sorprendentemente efficace nel raccontare la storia, grazie al suo intenso potere evocativo e all’onestà intellettuale nel manifestare il proprio filtro sulla narrazione degli eventi. Lo aveva fatto nel 2007 Marjane Satrapi con Persepolis, tratteggiando l’epopea di una vita e quella di un paese, l’Iran, con ironia e delicatezza. Ora lo fa Ari Folman con Valzer con Bashir, che ha avuto il suo folgorante esordio all’ultima edizione del Festival di Cannes. Il soldato-regista israeliano affonda le matite e i colori in una delle ferite più brucianti della storia del suo Paese: il massacro di Sabra e Shatila del settembre 1982, quando i due campi di rifugiati palestinesi vennero attaccati dalle milizie cristiane libanesi – per vendicare la morte del presidente cristiano Bashir Gemayel - sotto gli occhi dell’esercito israeliano, che controllava la zona. L’ex-soldato Folman ricompone un puzzle dal fortissimo impatto visivo ricostruendo le emozioni, prima ancora che i fatti, della sua “osservazione partecipante” al massacro, quando aveva solo diciannove anni e capiva a malapena cosa accadeva intorno a lui. Le testimonianze-interviste ad amici, giornalisti e militari trasformate in disegni animati lo guidano in un percorso terapeutico sotto forma di immagini che gli è servito per riportare a galla gli episodi rimossi di un trauma personale e nazionale, in cui persero la vita centinaia, migliaia di persone.
A dominare è l’emozione, la potenza dell’inconscio e dei sensi di colpa che riaffiorano man mano sotto forma di incubi: la muta di cani inferociti che attraversa la città fino a raggiungere la casa dell’amico del protagonista, colpevole di averne uccisi ventisei durante le perlustrazioni dei villaggi palestinesi; l’uscire nudo, e impotente, dall’acqua del mare per ritrovarsi davanti le fiamme e la devastazione della guerra. O ancora il soldato che, in preda alla disperazione, si mette a danzare e sparare all’impazzata proprio al centro del tiro incrociato delle pallottole.
Valzer con Bashir è un film importante e meritevole per almeno due motivi (senza contare le splendide soluzioni visive di David Polonsky): il coraggio di affrontare una pagina buia del proprio passato e insieme le proprie “colpe” personali, e la genialità di affidare il racconto alla strana forma del documentario animato.
Una pagina misconosciuta della storia, un’esperienza visiva ed emozionale, un grande esempio di cinema: il film aiuta lo spettatore, con crudezza e poesia allo stesso tempo, a posare il suo sguardo su eventi lontani, ma purtroppo anche vicini e attuali. Non è un caso se il film si è già guadagnato una candidatura ai Golden Globe, sia in lizza per l’Oscar straniero, e abbia fatto incetta di riconoscimenti in patria, dove è stato finanziato e molto ben accolto nonostante non mostri delle pagine proprio gloriose della storia israeliana.
Peccato solo che Folman abbia voluto appesantire questa esperienza visiva e civile con troppe parole, troppe spiegazioni. Se ha un difetto, Valzer con Bashir, è quello di non aver avuto fino in fondo il coraggio di affidarsi al potere evocativo delle immagini, insistendo a spiegare e commentare anche laddove il silenzio sarebbe valso più di mille parole.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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