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  • Revolutionary Road
di Alessandro De Simone


L’inglese Sam Mendes continua a destrutturare il sogno delle colonie, ma ancora una volta pecca in presunzione, tradendo lo spirito del romanzo di Richard Yates

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Sam Mendes è uno di quei registi che godono di una fama troppo facilmente conquistata e probabilmente anche immeritata. Balzato agli onori della critica nel 1999 per il presunto miracolo American Beauty, film che da ogni dove veniva considerato una vera e propria rinascita per un cinema americano già dieci anni fa boccheggiante e che è invece uno dei più grossi equivoci di ogni tempo, dopo essersi portato un Oscar a casa battendo lo straordinario Michael Mann di Insider, ha cercato in ogni modo di ripetere l’exploit senza però neanche lontanamente avvicinandovisi.
Era mio padre era una buona riduzione cinematografica della graphic novel e Jarhead un instant movie sulla guerra in Iraq senza nerbo, entrambi mancanti di quello che era il reale valore aggiunto del suo esordio, ovvero la sceneggiatura straordinaria di Alan Ball, che ha invece confermato il suo talento nel corso degli anni con Six Feet Under prima e True Blood dopo.
Affrontare quindi la trasposizione di Revolutionary Road, romanzo di Richard Yates considerato uno dei capolavori della letteratura americana del Novecento, ha caricato Mendes di enormi responsabilità, consapevole di avere bisogno di una nuova epifania da parte dell’intellighenzia cinematografica e anche, perché no, del botteghino.
La storia della famiglia Wheeler, coppia anticonformista nella prigione sociale e mentale dei suburbs della East Cost, è in fondo un ritorno alle origini per Mendes che non chiede di meglio se non continuare a distruggere il sogno americano, esplorando l’intimità della famiglia e analizzandone le macerie.
American Beauty era già l’epilogo dell’evoluzione, Revolutionary Road è l’origine di tutto, ma un paradosso socio-culturale rende i personaggi di Yates ben più moderni rispetto a quelli di Ball, soprattutto nel loro tentativo di sembrare, più che di essere, sovversivi, tesi alla ricerca di una fuga, disperata quanto necessaria.
April e Frank Wheeler sognano Parigi, la vie bohemienne e un posto nel mondo intellettualmente più consono alle loro ambizioni di americani che guardano dall’alto verso il basso i loro vicini discendenti di bifolchi vaccari e contadini. E poi anelano a un futuro migliore per i loro figli, figure ectoplasmatiche che nel corso della inevitabile discesa agli inferi spariscono, diventando entità quasi demoniache per lei e divinità da servire e rispettare per lui.
Tutti elementi che Mendes non trascura, ma che mette in scena con albionica freddezza, preferendo il rispetto della forma al puro fluire delle emozioni, lasciando anche nella disperazione troppe suppellettili a fare un contorno nella polvere, complice la composta sceneggiatura di Justin Haythe, già colpevole del terribile In ostaggio di Pieter Jan Brugge.
Revolutionary Road è un film emotivamente zoppicante, magnifico nella ricostruzione storica, dalle scenografie ai costumi ai mille particolari che Mendes fa curare con maniacale precisione, ma claudicante nella costruzione emozionale. Leonardo Di Caprio e Kate Winslet trasmettono il meglio del loro talento e della loro speciale alchimia di coppia che tanto contribuì alle fortune del Titanic, evviva gli ossimori, ma i loro coniugi Wheeler sono ostaggio dei tempi ieratici del cinema di Mendes, tanto bravo a compiacersi della sua raffinata intelligenza britannica e poco propenso a cedere al genere puro. Non c’è traccia di melò in questa moderna tragedia americana e questo rende tutto davvero triste.
Chiudiamo con una meritata segnalazione per Michael Shannon, uno dei migliori caratteristi degli ultimi anni che Friedkin ha esaltato nel bellissimo e purtroppo disperso Bug. Il suo fool shakesperiano John Givings che rompe l’ipocrisia dell’America annichilente della borghesia è uno dei personaggi più belli degli ultimi anni.
D’altronde, come diceva Fabrizio De Andrè, dietro ogni scemo c'è un villaggio.







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