Tom Cruise si dimostra ancora una volta un degno erede dei tycoon classici, costruendo un film di guerra classico e solido, supportato da un grande cast
Hollywood ha da sempre una caratteristica: ama divorare i suoi divi, masticarli e sputarli martoriati, abbastanza perché possano sopravvivere alla loro fama perduta, ma costretti a galleggiare tra ruoli di secondo piano e film di serie B, sperando sempre di riuscire ad acchiappare un personaggio che prima poi gli salvi la vita, professionale e non solo.
È successo a John Travolta, miracolato dal Vincent Vega di Pulp Fiction, ha avuto la stessa fortuna Mickey Rourke per The Wrestler e dalle parti di Los Angeles in molti pensavano che Tom Cruise avrebbe dovuto aspettare molto, molto tempo per tornare a essere uno dei padroni di Hollywood come era solo pochi anni fa.
Ma, mettendo da parte la criticabile deriva scientologista che ha decisamente oscurato la figura pubblica di Cruise e minato gravemente la sua carriera, dobbiamo accettare, e con piacere, il fatto che il bel Tom sia un degno erede dei più classici tycoon dell’epoca d’oro del cinema americano.
Capace, dopo la cacciata dalla Paramount, di acquistare e risollevare un marchio storico come la United Artists, creato da eccellenti colleghi che oggi sono leggenda, Cruise ha dimostrato che essere una star non vuol dire solo avere un bel visino e un fisico asciutto e atletico oltre i quarant’anni. Operazione Valchiria ne è la dimostrazione tangibile: film di guerra dalla ovvia fortissima connotazione storica, ma soprattutto produzione solidissima, girata con tutte le caratteristiche del cinema classico hollywoodiano, nonostante sia stato affidato a uno degli enfant terrible più innovativi del nuovo cinema americano, Bryan Singer, capace di mantenere intatta e a un livello altissimo la tensione di una storia della quale tutti, spero, conosciamo l’infausto finale.
Racconto non privo di licenze poetiche del complotto per uccidere Hitler capitanato dal colonnello Claus Von Stauffenberg, Operazione Valchiria è un’opera girata con grande fermezza che prende a modello i kolossa di guerra corali degli anni Sessanta e Settanta, da Gli eroi di Telemark a I cannoni di Navarone, supportato oltre che da un ottimo Cruise nei panni del protagonista, anche da un cast di eccellenti comprimari, da Tom Wilkinson a Bill Nighy, ma soprattutto impreziosito da una sceneggiatura a orologeria scritta dal ritrovato Christopher McQuarrie, autore de I soliti sospetti per cui vinse un Oscar e che aprì la strada all’amico di scuola Bryan per la splendida carriera successiva.
Un Singer che solo apparentemente si risparmia e si mette al servizio della star, ma che in realtà fa di Operazione Valchiria un film che si inscrive perfettamente nella sua filmografia, costellata di eroi e antieroi solitari e da frequenti richiami alla Germania nazista che era alla base de L’allievo, tratto dal racconto omonimo di Stephen King e che resta senza dubbio la sua opera più personale.
Operazione Valchiria non è quindi, come molti speravano, la lenta passeggiata di Cruise verso i cancelli del cielo del fiasco senza ritorno, ma al contrario l’inizio della seconda vita di questo attore e produttore che nella sua carriera ha avuto l’intelligenza di lavorare con tutti i più grandi cineasti disponibili negli ultimi venticinque anni, rubando con piacere il mestiere a ognuno di loro e imparando il segreto della longevità a Hollywoodland.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
Commenti (0)
Inserisci il tuo commento