Al Noir in Festival di Courmayeur 2008 abbiamo incontrato l’autrice di Sacrificio, uno dei thriller più acclamati dell’anno
Tora Hamilton, ginecologa in dolce attesa che dalla metropoli si trasferisce in un’isola dell’affascinante e misterioso arcipelago delle Shetland, scopre un giorno nel giardino della sua nuova casa il cadavere di una donna, mutilata e con degli antichi simboli runici incisi sulla schiena. Quest’orribile ritrovamento sarà l’inizio di un’indagine che la porterà a svelare incredibili segreti sulle isole in cui pensava di poter vivere un’esistenza ben più tranquilla rispetto al caos e alla violenza della grande città.
Questa è la trama di Sacrificio, thriller di Sharon Bolton edito in Italia da Mondadori e che la stessa autrice ha presentato all’appassionato e competente pubblico dell’edizione 2008 del Noir in Festival di Courmayeur.
Ecco cosa l’autrice ci ha raccontato di questo suo sorprendente esordio letterario che si inserisce nella migliore tradizione delle donne detective.
Lei è stata nell’arcipelago delle Shetland solo dopo avere scritto il romanzo. La descrizione di questa comunità ha fatto discutere, sollevando molte critiche.
Pensavo non fosse una buona idea far entrare troppo la realtà in una storia di finzione, quindi ho deciso di non fare ricerche sul campo, perché avevo un’idea precisa di come fossero le isole Shetland, le bellezze che le caratterizzano, ma anche le sinistre leggende che le avvolgono, e soprattutto volevo che questa storia venisse direttamente dal mio cuore. Credo d’avere avuto ragione, quando poi le ho visitate, ma mi sono comunque molto documentata prima. So che non tutti nell’arcipelago hanno apprezzato il romanzo e il mio punto di vista, perché si tratta di un racconto molto dark e pauroso, ma d’altronde la leggenda su cui la storia si basa è tipica dell’arcipelago, quindi non avevo molta scelta sull’ambientazione.
L’idea di scrivere Sacrificio è nata in Austria, quando ha assistito a una particolare cerimonia...
È vero, alcuni anni fa ero nelle alpi austriache, a Capodanno, e a mezzanotte tutti hanno iniziato a ballare il valzer nella neve. Proprio mentre mi godevo questa scena mi è venuto in mente l’incipit del romanzo. Non so perché, ma sapevo che l’avrei utilizzata per qualcosa, e quando ho deciso di scrivere il libro ho trovato la sua collocazione.
La sua protagonista aspetta un bambino in una comunità che rapisce e uccide le puerpere. Ti sei identificata con il personaggio o hai cercato di mantenere una distanza?
Quando scrivi il tuo primo romanzo tendi a identificarti moltissimo nel personaggio. Credo di aver creato la donna che mi sarebbe piaciuto essere. Nel mio caso è più giovane di me, ma coraggiosa e forte e con molti dei miei difetti, forse per questo a molti non sono piaciuti il romanzo e il personaggio. Ho iniziato a scrivere quando ero appena rimasta incinta, finalmente dopo molti tentativi e a seguito di una cura, quindi sapevo cosa significa volere un bambino e non riuscire ad averlo. Molti hanno paragonato Sacrificio a un classico moderno della letteratura inglese di genere, The Wicker Man di Anthony Sheffer...
Conosco la storia e Sacrificio è stato paragonato da molti al romanzo di Sheffer, ma non ne vedo la ragione. Sulle isole si creano delle comunità indipendenti che non si vedono come parte del continente, per questo spesso i thriller vengono ambientati nelle isole. La morfologia delle isole è un aspetto altrettanto importante. Le Shetland sono piccole, sono piccoli i villaggi e le strade sono poche, è un luogo claustrofobico. Quando cala la notte e i collegamenti si fermano, ti rendi conto che non puoi nasconderti e non puoi scappare.
Sulla schiena delle vittime vengono trovati simboli runici che sono la chiave per capire l’intreccio e il romanzo stesso. Come sei arrivata all’utilizzo di questo codice?
Quando ho iniziato a scrivere il libro, ho scoperto che le Shetland hanno avuto profondi scambi con la Norvegia. Molti anni fa degli amici mi hanno regalato delle pietre con incise delle rune, oggetti che sono rimasti in casa mia per vent’anni. Ora ho trovato una buona maniera per utilizzarli.
Sei riuscita ad amalgamare i generi. Avevi in mente questa contaminazione già dall’inizio?
Sapevo che avrei dovuto considerare molti elementi soprannaturali e che li avrei dovuti bilanciare con un classico intreccio investigativo alla Patricia Cornwell o alla Kathy Reichs, con tutti gli elementi medici e forensi del genere e questo ha dato una maggiore credibilità alla storia.
È vero che tua mamma ti nascondeva i romanzi di Stephen King?
In realtà ero io stessa che glieli nascondevo, perché sapevo che a lei non piaceva questa mia passione.
Quando è nata questa tua passione?
Ci sono nata, solo che per molto tempo mi hanno fatto sentire in colpa. King mi è venuto in aiuto in una sua autobiografia in cui spiega il suo amore “per la notte e le bare inquiete”. Mi sono accorta che ho sempre avuto un grande interesse per la parte oscura della vita e trovo che sia normale, è più diffuso di quello che si pensi, altrimenti non si spiegherebbe il successo del genere.
Quando hai scoperto questo talento per la scrittura?
Penso che molte persone siano portate per la scrittura senza saperlo. Quelle persone dotate di grande immaginazione, capaci di inventare storie e che sanno scrivere in maniera interessante possono avere la possibilità di scrivere un buon libro. Io mi sono sempre considerata così e un giorno mi sono semplicemente detta: proviamoci. Per iniziare devi farti tre domande. Hai immaginazione? Leggi molto? Sai scrivere? Allora puoi scrivere un romanzo.
Quanto è importante avere dei riferimenti all'interno del genere e rifarsi a loro senza avere il timore di confrontarsi?
Quando scrivo smetto di leggere qualunque romanzo di genere, perché il lavoro degli altri mi distrae e finisco inconsciamente col copiare. Per il resto del tempo invece leggo, perché mi è di grande ispirazione.
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