Il regista di Operazione Valchiria ci ha parlato del film sull'attentato a Hitler e della sua fascinazione per gli eroi e la Germania Nazista
Bryan Singer sembra molto più giovane dei suoi quarantaquattro anni, a dire il vero sembra ancora il giovane regista che nel 1995 sconvolse Hollywood e il mondo con un piccolo film indipendente dal titolo I soliti sospetti, sua opera seconda dopo il quasi sconosciuto e pregevolissimo Public Access. Sceneggiatura a orologeria, finale a sorpresa e un cast di grandi caratteristi che fruttarono molti milioni di dollari ai botteghini di tutto il mondo e un paio di statuette di zio Oscar gentilmente elargite dall'Academy.
Dopo un film tratto da Stephen King, L'allievo, passato a Venezia '99, Singer si vede offrire su un piatto d'argento la possibilità di portare sul grande schermo la saga degli X-men, eroi diversi e tormentati dell'universo Marvel. Un successo straordinario che gli aprirà le porte di Metropolis per riportare in alto il franchise Warner-Dc di Superman.
Insomma, solo sfide per Singer che nel corso degli anni si è comunque sempre più delineato come autore raffinato e attento a temi scomodi e difficili da gestire, come l'accettazione del diverso e la solitudine dell'eroe. Elementi che troviamo anche in Operazione Valchiria, film che è per Singer un'ennesima sfida, quella di portare nuovamente sulla cresta dell'onda una star appannata come Tom Cruise.
Missione forse impossibile, ma alla quale il regista sembra essersi dedicato con perizia e non senza buone percentuali di successo.
Alphabet City ha incontrato Bryan Singer a Roma, proprio in occasione della presentazione del film, che racconta il fallito attentato ad Adolf Hitler da parte del Colonnello Claus Von Stauffenberg e dei suoi compagni cospiratori. Ne è venuta fuori una piacevole conversazione sul cinema e sulle regole della suspence.
A proposito di Operazione Valchiria, ha detto che non voleva che lo stile condizionasse la storia. Leggendo la sceneggiatura, cosa le ha suggerito che potesse essere nel suo stile?
Ho visto un protagonista che vive in un mondo particolare, un mondo occupato da tanti altri personaggi. In effetti Valkirie è un film abbastanza corale, cosa con cui mi sento abbastaza a mio agio dopo I soliti sospetti e X-men, ma in effetti il personaggio centrale è solo poiché, come ha detto giustamente Tom Cruise, Claus Von Stauffenberg non poteva svelare la sua vera identità, i suoi sentimenti e le sue intenzioni, neppure ai suoi familiari che avrebbero rischiato di essere deportati, arrestati e uccisi. Neppure alla moglie, perché nel caso di un suo fallimento, lei sarebbe stata torturata per estorcerle eventuali confessioni. Questo aspetto mi interessava molto, noltre si tratta di un periodo storico che mi affascina e a cui ho fatto riferimento in altri film come L’allievo e X-men.
A questo proposito, sono sempre rimasto colpito dalla fascinazione che ha per eroi e antieroi, preferibilmente solitari. Mi piacerebbe avere una sua opinione a proposito di questa sua rilevante cifra stilistica.
Credo che abbia a che vedere con l’identità che cerco nei personaggi che affronto. Sono figlio unico, sono stato adottato, non ero bravo a scuola, come il protagonista de L'allievo, ed ero uno di quei bambini che spesso venivano presi di mira dagli altri, quindi immaginavo di essere in qualche modo speciale. Credo sia per questo che riesco a identificarmi bene in personaggi solitari per i motivi più disparati. Un esempio in questo senso è Wolverine che è isolato perché mutante, ma anche isolato dagli altri mutanti e non riesce a identificarsi con nessuno; ma lo stesso discorso vale anche per Superman e credo che Stauffemberg sia un personaggio a suo modo simile a questi supereroi.
Considero L’Allievo uno dei suoi film migliori e quindi non può non incuriosirimi la sua fascinazione per la Germania nazista...
L’interesse verso la Germania nazista risale a quando ero molto piccolo. Avevo due bambini tedeschi tra i miei amici, John e Angeline; io sono ebreo, ed ero quindi molto consapevole dell’Olocausto, ma nello stesso tempo ero molto attratto dall'estetica creata da Adolf Hitler. Inoltre a scuola la nostra insegnante ci aveva fatto studiare bene quel pezzo di storia. Quando poi a diciassette anni, durante il campo estivo, ho letto il libro di Stephen King da cui poi anni dopo ho tratto L'allievo, allora il cerchio si è chiuso.
Operazione Valchiria ha una costruzione hitchcockiana della suspence. Hitchcock diceva che mettendo una bomba sotto il tavolo, la conversazione cambia in modo significativo e in questo caso è davvero così. Ma la cosa più interessante è che il film sembra avere lo stesso meccanismo de I soliti sospetti, però capovolto: qui conosciamo il risultato però non sappiamo il come, né il quando, mentre nei soliti sospetti era più o meno l’opposto.
Sì, ma mentre stavo facendo I soliti sospetti ero consapevole del fatto che magari molte persone sarebbero andate a vedere quel film con qualcuno che avrebbe rovinato il finale rivelando il colpevole, com'è successo a Quentin Tarantino entrando in sala.
Durante Valkirie ero molto consapevole di questo elemento, quindi ho sempre cercato di utilizzare lo stesso concetto: si può vivere questa storia anche se si conoscono già i fatti relativi a quella data, anche se si è uno storico, un esperto. Ho cercato di rendere il tutto come un thriller. Come in Titanic: noi prima di entrare in sala sappiamo già come andrà a finire, ma questo non ci impedisce di vivere il dramma.
Lei ha iniziato la sua carriera molto giovane, il passaggio da quando era un ragazzo che guardava i film con passione a quando è diventato un lavoro è stato molto breve. A distanza di anni, pensa di aver seguito quella linea autoriale che aveva in mente all’inizio, si è avvicinato a quel tipo di cinema che amava tanto da piccolo?
Sì. Per me fare film era come un hobby, film con una 8mm che sviluppavo e montavo da me. Poi una sera in TV, a casa di un amico, ho visto un profilo di Steven Spielberg, era più o meno all'epoca dell'uscita in sala di E.T. Lui era ebreo come me, girava in 8mm, come me, non era bravo a scuola come me. Così sono tornato a casa sapendo cosa volevo fare nella vita…
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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