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21 maggio 2012  



  • Letture - Fumetti - Manga
  • Detroit Metal City
di Andrea Grieco


Un manga al fulmicotone che in Giappone è un cult, finalmente anche in Italia si fa apprezzare grazie a Planeta DeAgostini

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Benché sia rimasto inedito in Italia sino ad ora, Detroit Metal City è in patria uno dei manga più amati e seguiti degli ultimi anni; di più, un fumetto assurto a rango di culto, che già vanta una trasposizione in brevi episodi d’animazione che calcano fedelmente le storie originali, una versione live action al fulmicotone e un merchandise che non risparmia nessun gadget, dalle t-shirt ai toys, che gli artisti amanti delle tavole di Wakasugi Kiminori si peritano di customizzare con le fattezze dei membri della metal band più stramba che abbia mai calcato un palco. Sì, perché i protagonisti di queste stralunate e divertentissime tavole, apparse per la prima volta sulla rivista Young Animal, addirittura spodestando il primato che tra quelle stesse pagine si era conquistato il Berserk di Kentarô Miura, sono tre esagitatissimi glam-rockers, capitanati da Johannes Krauser II, un indiavolato frontman il cui look omaggia in modo inequivocabile quello di Gene “The Damon” Simmons, il leader dei mitici Kiss.
La cover di Detroit Metal City, edito in Italia da Planeta DeAgostiniIl mangaka si diletta nel parodiare tutte le fasi e le vicissitudini che costellano l’ascesa del gruppo dalla scena indie a quella mainstream, stigmatizzando ironicamente le idiosincrasie delle rock star, irridendone i vezzi da primedonne e inventando una serie di situazioni parossistiche che ricalcano quelle già eccessive delle profane agiografie che ogni complesso che si rispetti lascia lievitare insieme alla propria fama. E bisogna dire che Kiminori non dimentica né risparmia davvero nulla: la ricerca spasmodica e costante di un’immagine che risulti originale e vincent, la genesi dei brani, spesso casuale, l’incisione del primo disco e il concepimento dei videoclip, il sorgere delle incomprensioni e delle rivalità tra i membri della band, i beceri e mercenari retroscena manageriali, le rassegne stampa puntualmente boicottate, le follie dei fans.
Ce n’è abbastanza per solleticare anche il lettore più incallito, ma l’idea di fondo che rende Detroit Metal City davvero unico e geniale sta nell’avere immaginato che il fondatore e leader dei DMC, i cui testi inneggiano al satanismo, allo stupro, all’omicidio e a quanto di più politicamente scorretto si possa urlare in un microfono mentre l’esecuzione si accompagna a performance sadomasochiste, sia in realtà un ragazzo timido e introverso, Sôichi Negishi, di umili origini contadine trasferitosi a Tokyo inseguendo il sogno, in realtà, di formare una pop band smielata dall’estetica arty e sofisticata. Da questa tensione schizofrenica si originano le parossistiche avventure dello sventurato Sôichi, costretto a districarsi tra questi aspetti dicotomici della sua personalità: spregiudicato, libidinoso e scurrile animale da palco, capace di infiammare e aizzare folle di scalmanati, e quella dell’insicuro adolescente che fatica a conquistare la sempre adorata compagna di università, Yuri Aikawa, anch’essa collezionista dei dischi di Kahimi Karie e, manco a dirlo, avversa a tutto ciò che riguarda le sonorità “pesanti” del metal e che disprezza particolarmente quel maniaco di Krauser, che nonostante tutto scala le classifiche a furia di scandali e nefandezze.
Ragguardevole, rispetto a quanto normalmente accade nei manga, specialmente nelle opere dei giovani autori qual è Wakasumgi Kiminori, la cui biografia ha tanti punti di contatto con il suo stralunato antieroe, l’attenzione riservata ai personaggi secondari, tanto che persino le comparse, con lo svolgersi delle vicende, da semplice figure di sfondo acquistano un loro spessore, fino a ritagliarsi uno spazio di rilievo nella storia. Al disgraziato Sôichi si vengono così ad affiancare tutta una risma di bizzarri figuri: Jack Ill Dark, l’imperatore del metal che decide di sfidare i DMC prima di ritirarsi completamente dalla scena musicale, il laido signor Nashimoto, presenza costante dei devastanti live di Krauser, le Kintama, gruppo di femministe punk e ovviamente nemiche giurate della band di Sôichi, ma soprattutto il filmaker Takashi “Sperman” Sawa, a cui vengono affidate le regie dei video promozionali dei DMC, e “il Presidente”, la folle manager che muove i fili del gruppo e che ha come metro di misura il raggiungimento di parossistici orgasmi.
L’unica tirata d’orecchie che va fatta alla Planeta De Agostini è che consideriamo controproducente cellophanare i propri albi, perché ciò impedisce ai curiosi quella pratica solenne dello sfogliare le pagine dei tankobon per sondarne il contenuto prima di effettuare la scelta dell’acquisto.





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