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21 maggio 2012  



  • Letture - Libri - Recensioni
  • Casa d’Inferno
di Andrea Grieco


Un grandissimo romanzo di Richard Matheson riscoperto recentemente da Fanucci. Un racconto sulfureo e libidico con una scansione temporale ossessiva e claustrofobica

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Sembrano maturati i tempi per la giusta considerazione di un autore come Richard Matheson, il più delle volte ricordato solo per essere lo scrittore di un capolavoro come Io sono leggenda, a dispetto di tutta quanta la sua produzione, che consta di un corpus letterario ben più vasto e articolato.
A far relegare in secondo piano da parte della critica la produzione letteraria di Matheson è stato il sempre maggior impegno profuso come sceneggiatore per il cinema e la televisione: quella stessa attività che per molti altri storyteller di razza, da Fitzgerald e Chandler fino a Capote, ha decretato l’inizio di un periodo di sbandamento artistico, frustrazione, stati depressivi e financo crisi identitarie, per Matheson rappresentò quasi da subito, pur tra dinieghi ed esaltazioni, un’occupazione redditizia e soddisfacente, nonché un vero e proprio banco di prova per esercitare e affinare le tecniche affabulatorie.
Casa d’Inferno, ora meritevolmente dato alle stampe per i tipi della Fanucci, vide la luce nel 1971, momento in cui il narratore aveva già consolidato la propria professionalità di writer per le case hollywoodiane e sempre più sporadicamente trovava il tempo per la pagina stampata. Ma come solo ai “vecchi leoni” riesce di fare, Matheson concepisce un romanzo straordinariamente compatto, con uno stile che dosa impareggiabilmente l’alternarsi del ritmo narrativo ed emotivo, e con una sinuosa nonchalance effettua una contaminazione di generi che rendono il libro estremamente moderno.
La cover del volume Casa di inferno, edito in Italia da FanucciAlla base del testo un’idea tanto semplice quanto intrigante: un eccentrico magnate, forse perché consapevole di essere in fin di vita, è ossessionato dal conoscere cosa ci attende dopo la morte, e per dare risposta a questo suo atroce dubbio assolda un gruppo di studiosi per risolvere l’enigma che si cela dietro i fenomeni paranormali che si verificano in una magione situata in una zona sperduta del Maine e appartenuta ad Emeric Belasco, cultore di pratiche e filosofie esoteriche, la cui spudorata e promiscua storia sembra Matheson abbia ricalcato sulla biografia del noto occultista Aleister Crowley. Momenti intensi, terrificanti e ferali attendono i quattro avventori della sinistra residenza, ciascuno invogliato nell’impresa e spinto dalla vana illusione di perseguire e coronare personali obiettivi, ma che la casa e le presenze che la infestano metteranno a dura prova lasciando emergere le loro più recondite angosce e i loro più lascivi desideri.
Richard Matheson avvia un’implacabile deadline sin dalla prima pagina, scandendo persino le ore e i minuti dei pochi giorni concessi al fisico Lionel Barret, accompagnato dall’ansiosa moglie Edith, e ai sensitivi Florence Tanner e Benjamin Fischer, quest’ultimo unico sopravvissuto di una precedente equipe di medium anch’essi intenti a svelare il mistero di casa Belasco: il risultato è il raggiungimento di un climax spasmodico e insostenibile, con un manifestarsi di eventi paranormali sempre più devastanti e resi palpabili attraverso una perizia descrittiva unica, scanditi con il gusto e il cipiglio investigativo che a Matheson derivano dalla lunga pratica di giallista e giornalista. Una tecnica sopraffina che riesce a veicolare attraverso il susseguirsi di situazioni insieme topiche e straordinarie una dialettica riflessione sulla natura dello spirito, che i personaggi cercano di condurre e carpire attraverso le categorie e i mezzi offerti dai rispettivi campi d’indagine, in uno scontro esiziale e sempre inconcludente di metafisica e scienza. In più lo scrittore si diletta nell’inquinare la gotica tematica della ghost house con le luci inquietanti di quell’universo mistery e fantastico che andava definendo ed esplorando nelle sue creazioni fictionali, ma ancor di più con accensioni libidiche che sfiorano la pornografia.
A riprova della maggiore conoscenza dei meccanismi e dei limiti dei diversi media con cui lavorava, Matheson dimostra scaltrezza nell’epurare dell’aspetto sessuale la sceneggiatura che trarrà da questo sulfureo romanzo per la conseguente trasposizione filmica, che nel 1973 il regista John Hough porterà sullo schermo con il titolo The Legend of Hell House (e in Italia avrà breve circolazione come Dopo la Vita). Conscio dell’audacia riversata nelle sferzanti e disturbanti pagine di Casa d’Inferno, l’autore plasma a suo piacimento e in modo estremamente funzionale gli elementi del plot originario, contenendosi nei veti sottintesi dalla tolleranza visiva dell’epoca, ma procedendo a briglia sciolta e spudoratamente sullo spazio franco della carta, del quale resta senz’ombra di dubbio indiscusso maestro.





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