Storia di un genere che degenera perdendosi tra prequel, sequel e saghe: non più pellicole ma un vero e proprio brand
Difficile archiviare una volta per tutte la sempre più diffusa abitudine di rivisitare i capisaldi dell’horror moderno, in quanto gli assunti insiti nella possibilità di riproducibilità tecnica di un “originale” teorizzati a suo tempo da Benjamin, sembrano proprio adesso, e soprattutto in questo specifico ambito filmico, giungere a una fase paradigmatica e nevralgica del loro sviluppo.
Marcus Nispel non è nuovo alla pratica del remake e il suo lavoro può rappresentare un approccio utile alla comprensione di un fenomeno che si fa radicale e per certi versi inquietante. Di una pellicola, specie se si è creata l’aurea di cult intorno ad essa, o più semplicemente perché è stata un grande successo al botteghino, si cerca di sfruttare il brand, per meri fini economici o per conferirle più appeal grazie alle nuove potenzialità espressive messe a disposizione dall’odierna industria cinematografica.
Qualunque fosse la motivazione alla base di un remake, e ancor più comprensibilmente nel caso vi siano dei sequel, sembrava imprescindibile il principio secondo il quale vi fosse un modello considerato archetipico e, almeno per quanto concerne serie famigerate come Halloween, Non Aprite quella porta o Nightmare, tale momento fondativo era rappresentato dal primo capitolo, al quale i fan decretano solitamente una sacralità tale da gridare all’eresia ogni qual volta se ne effettui o anche solo annunci un rifacimento.
A ben vedere nei confronti del Venerdì 13 di Nispel sono mancate le invettive degli estimatori del maniaco assassino del campo di Crystal Lake, e questo è il primo dei segnali di quanto si sta sostenendo: le recenti e disparate modalità di riproposizione dei titoli più altisonanti del new horror, anziché tentare di aggiornare o sviluppare i soggetti e le trame iniziali, già rese perniciose dai continui maneggi di scellerati sceneggiatori, stanno favorendo una sorta di azzeramento della memoria filmica, cercando addirittura di resettare il proprio “codice genetico” e, come dei virus, di metabolizzarlo sostituendosi ad esso. A questo proposito è alquanto sintomatico che l’Halloween di Rob Zombie avesse come sottotitolo un programmatico the beginning: un ulteriore e chiaro indizio di quella “presentificazione della storia” che sottintende lo scenario epistemologico odierno.
E in quest’ordine di idee si muove anche il nuovo Venerdì 13, anche se a ben vedere l’operazione nei confronti delle gesta del mastodontico Jason Woorhees risulta molto più semplice e indolore, e questo per ragioni squisitamente endogene. Per intenderci, rispetto alle serie che vedono come protagonisti Freddy Krueger o Michael Myers, la materia di cui è fatto Jason è pura “polpa” cinematografica, modellabile a piacimento e all’infinito. Sarà per il fatto di non avere un pilot filmico griffato come per gli altri villain sopraccitati e l’essere stato concepito senza nessuna velleità etica o politica, che la serie iniziata nel 1980 da Sean S. Cunningham è quella che, con dieci capitoli e un crossover all’attivo, ha subito le più tortuose e a volte insulse trasformazioni. A partire dalle pesanti infrazioni che i diversi episodi hanno apportato allo schema narrativo del (sotto)genere slasher: un gruppo di adolescenti in fregola, alla ricerca dello sballo e destinato ad essere passato a fil di lama, uno spazio angusto entro il quale far agire le vittime e il loro carnefice. Tutte regole prontamente rispettate dal primo Friday the 13th, ma poi bellamente ignorate da coloro che ne hanno diretto i capitoli successivi nel tentativo di rendere interessanti le mattanze di Jason; tanto che nessun altro assassino seriale può vantare il suo copioso e differenziato body count, tante e tali reincarnazioni, e l’estensione del suo terreno di caccia sino alle profondità dello spazio.
La stessa genesi e graduale specificazione di Jason sono tra le più peculiari e lunghe che si siano mai viste al cinema. Nato come sorta di spin-off di se stesso, il folle assassino si fa vero è proprio esecutore degli omicidi soltanto a partire dal secondo episodio, in quanto nel primo compie una fugace e spiazzante apparizione nelle inquadrature finali, mentre ad effettuare gli atroci delitti è la madre, intenta a vendicare la morte del figlio, nato probabilmente deforme e annegato nelle acque del placido e brumoso Crystal Lake. Sarà quindi Stive Miner a carpire le vere potenzialità del personaggio, e che dirigerà anche il terzo e ancor più feroce episodio, ideando il look dell’assassino, al quale apporterà il tratto più distintivo e inquietante dopo l’immancabile machete: la consunta maschera da portiere di hockey. Da qui in poi l’escalation di situazioni improbabili, grazie alle quali sarà dato modo a Jason di tornare in vita e continuare a compiere le sue sempre più efferate e pirotecniche uccisioni, non conoscerà limiti: metempsicosi, fulmini frankensteiniani, poteri ESP, giù giù fino alle nanomacchine che lo tirano a lucido nel decimo capitolo.
Indipendentemente dagli esiti delle singole opere, il franchise regge, complice anche un pubblico che non chiede niente di più che un momento di totale abbandono ai cliché di una macchina filmica che trova nel nerboruto braccio armato di Jason un funzionale lubrificante.
Marcus Nispel, ormai parte integrante della scuderia di Michael Bay, da buon mestierante si fa esecutore di un newquel senza nessuna pretesa di originalità estetico-tematica. Liquida in una manciata di inquadrature iniziali, consegnandole all’oblio, le premesse originarie e si affida pedissequamente alla formula più classica dello slasher: dalle teenager che trovano la morte ancora calde di letto, ai fendenti che amputano senza nessuna pietà. Operazione retriva e immatura quanto si vuole, ma l’obiettivo, a conti fatti, lo si raggiunge ancora una volta.
La Mostra si apre con un’opera solida che solo apparentemente parla di politica. Perché la lealtà conta più delle capacità, molto più spesso di quanto si creda.
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